Just Another Look #4: Wolf Children

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Wolf Children (Okami Kodomo No Ame To Yuki, 2013)
Sconosciuto in Italia (dove anche le poche recensioni spesso lo introducono freddamente) e poco noto anche negli States, Wolf Children ha però un consistente numero di appassionati che ne tramanderanno il valore. Cronaca di due fanciulli licantropi, quella di Hosoda è una emozionante favola esistenziale.
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Sembra che sia nipponica l’unica corrente dell’animazione cinematografica contemporanea in grado di tirar fuori il meglio del settore con una certa continuità, stando almeno al confronto con le fossilizzate major americane (degna eccezione la sol(it)a Pixar). Wolf Children, meno noto dei film di Miyazaki o Takahata, offre una degna alternativa al corso di più diffusa fama dello studio Ghibli con un ibrido realizzato innestando animazioni computerizzate su una base disegnata tradizionalmente.

Non che siano le specifiche tecniche, per quanto lodevoli, a fare di Wolf Children – Yuki e Ame: i bambini lupo il protagonista di questa quarta puntata della rubrica sui capolavori nascosti/dimenticati/sottovalutati. Stupisce, piuttosto, il totale rifiuto alla logica avventuriera che sta alla base dei film per ragazzi, spodestata dal creatore e regista Mamoru Hosoda in nome di un lento percorso di crescita che si presterebbe maggiormente al cinema d’autore tout court (per quanto il regista sia un autore a tutti gli effetti). L’idea che la vita di ogni giorno sia in grado già da sola di innescare un percorso drammatico, cioè che nella più banale delle quotidianità possa esservi rintracciato l’appiglio per una storia da raccontare, è uno spunto che ha fatto proprio anche la Pixar con Inside Out (e parzialmente con la saga di Toy Story), e non sarebbe da escludere l’influenza di opere di scarsa diffusione come Wolf Children sugli esiti del film del 2015. Con un ulteriore balzo, nella medesima via si dirige oggi anche il mutevole Cinema di Richard Linklater, sempre più anti-narrativo (o almeno non nell’accezione comune del termine: basti la verifica empirica di Boyhood o dell’ultimo Tutti vogliono qualcosa) e più descrittivo.

Ma torniamo a Wolf Children. Il primo quarto d’ora vede sorgere il più banale tra gli amori: la giovane studentessa Hana resta ammaliata dal fascinoso profilo di un ragazzo duro ma gentile, il quale si scopre essere un licantropo, ultimo superstite di una stirpe ritenuta a torto estinta. Non dando troppa importanza alla doppia natura dell’amato, i due instaurano una relazione che li porterà in breve tempo a coronare il sogno di formare una famiglia. Due i poppanti che inevitabilmente costringono la sprovveduta madre a lasciare gli studi: Yuki, la sorella maggiore, e Ame, timido e apatico maschietto. Quando però il padre muore, la donna si trova a dover educare la duplice natura dei figli (umana e canina) da sola, e decide che trasferirsi in campagna per far crescere i bambini può costituire un temporaneo riparo dalle insidie cittadine.

Sembra essere l’unico film, questo, a raggiungere le vette esistenzialistiche dell’ultimo Miyazaki Si alza il vento, almeno in tempi recenti. Più vicino al sopra menzionato Boyhood che alla fiaba Disney o al fantasy giapponese nell’articolare un commovente percorso di crescita. Rinunciare completamente alle implicazioni favolistiche del narrato, cosa che l’antefatto alla storia vera e propria (che ha inizio pochi minuti dopo i titolo di coda de La Bella e la Bestia) poteva suggerire, fanno in realtà la fortuna del film. Infatti, l’andamento incerto della crescita dei fanciulli conferisce al tutto, nonostante una sezione centrale un tantino pesante (ma utile per scavare un fosso profondo tra ciò che viene prima e ciò che dovrà accadere poi), la commozione derivante dalle piccole cose che la vita offre, dai piccoli ostacoli che superiamo, dalle gioie e paure che condividiamo con gli altri.

Se la protagonista è a tutti gli effetti la madre, i cui sforzi per far trovare un posto nel mondo ai ragazzi sfociano in un epilogo emozionante come pochissimi altri, sono i due fratelli a dover affrontare più di Hana l’ambiente che li circonda, decidendo quale natura metterà a tacere l’altra. Per quanto lontana da qualsiasi parvenza di verosimiglianza possa apparire l’ibridazione con un lupo, Wolf Children è estremamente realistico nell’evolvere i caratteri di Yuki e Ame: la prima, aggressiva e ribelle nei primi anni, lentamente lascia emergere la propria natura umana lasciando intendere una progressiva omologazione con i comportamenti femminili di Hana. Al contrario, la timidezza di Yuki cede il passo alla maestosa autorità del lupo, saggio erede dei mitologici patriarchi dei boschi. Alla madre spetta infine il compito in assoluto più difficile: accettare ed accogliere le scelte di vita di chi ha generato, convivendo con le loro implicazioni, per quanto dolorose esse siano.

Praticamente sconosciuto al pubblico italiano (di passaggio al Future Film Festival), il commovente film di Hosoda segna un nuovo caposaldo del cinema nipponico, un’opera che lo spettatore serberà in qualche modo dentro il proprio cuore. Dando l’impressione di aver assistito alla crescita di due persone vere, realmente esistite.

I.B.

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