War Horse – La Recensione

Image from the movie "War Horse"
War Horse (Steven Spielberg, 2011)

Le due facce del cinema di Spielberg si incontrano in un film che fa del piacere della visione un diritto di tutti |

tumblr_lxst9qEeus1qeip55o1_500Un agricoltore ubriacone si aggiudica all’asta un inutile stallone purosangue per un’ingente somma di denaro, che ovviamente non possiede. Vivendo sotto il giogo di un padrone che pretende il pagamento del terreno, si rende ben presto conto che acquistare il cavallo (Joey) è stata pura follia. Peccato però che il figlio e l’animale hanno legato a tal punto che la vendita del cavallo all’esercito inglese causerà un effetto domino destinato a cambiare le sorti di alcuni uomini di schieramenti opposti durante la Grande Guerra.

Dire che dietro a questa messinscena si nasconda per l’ennesima volta un film personale del più importante volto di Hollywood è una pura formalità. Joey simboleggia lo stesso obiettivo della Panavision di Spielberg, se vogliamo osare lo sguardo del regista sul nostro mondo: è una vittima che si muove su più fronti (bellici, ovviamente) e che nella sua semplicità sembra intuire maggiormente l’orrore e l’irrazionalità che si consumano nei campi di battaglia del conflitto mondiale intorno a lui.

Dal momento in cui il cavallo Joey (fonicamente suona “Joy”, gioia) viene ceduto al servizio dell’esercito, con l’impressionante reazione a catena che si innesca tra i vari passaggi di proprietà, ogni evento (speranzoso o mortale) non farà altro che spianare la strada al ricongiungimento dello stallone con il suo legittimo e amato padrone. In questa carrellata di situazioni, luoghi e uomini che costituiscono messi insieme il cuore del film, la guerra mostra sempre i suoi antitetici volti, dai soldati un po’ rozzi (odioso -come al solito nel doppiaggio italiano- il fin troppo insistito accento tedesco) ma umani (lo conferma l’episodio delle cesoie), fino ai miseri civili.

Non è difficile in effetti leggere in War Horse una critica agli orrori della guerra dettati dalla malvagità umana (in una magnifica scena girata col dolly, la cinepresa ritrae la spaventosa offensiva inglese contro i tedeschi in un paesaggio lunare fangoso e buio, illuminato dai lampi mortalmente pericolosi dei bombardamenti). Tuttavia quella di Spielberg non vuole essere un’avventura strettamente realistica, e per associazione non una violenta messa in scena, bensì una storia d’amore per ragazzi che ricalchi le orme di film come il vecchio E.T. Conditio sine qua non dell’operazione è un compromesso inevitabile: all’efferatezza e al realismo di alcuni episodi si deve necessariamente sostituire una certa serenità nei confronti della vita. Tradotto in pratica, si deve limitare al minimo l’uso del sangue e della violenza che altri suoi film come Ryan o Munich mostravano. C’è stato chi ha voluto leggere dietro a Joey l’immagine di un’umanità pronta ad un ottimistico riscatto. In realtà, il messaggio di Spielberg potrebbe essere un altro: solo il non umano, l’innocente (animale, bambino) può possedere virtù erroneamente attribuite agli uomini.

Naturalmente, incarnare in unico film le due facce del cinema di Spielberg (con una semplificazione pedante diciamo quella “infantile”, perlopiù ottimistica, e quella “adulta”, ingrigita e sentenziosa) non è operazione banale, né esente da critiche. Lungi dal proporsi come autoreferenziale o sinottico, War Horse inevitabilmente ri-propone, ri-porta e forse ri-impone un canone narrativo accettato di un autore autorevole. Lontano dal poter essere inglobato in una manciata di temi né tanto meno in due ore e mezza di girato, il misterioso e inqualificabile viaggio spielberghiano nel cinema è stata infatti un’avventura che fin dagli esordi non ha accettato regole e che di conseguenza non può essere inquadrata o, meglio messa a fuoco, in una specifica vicenda. Tuttavia (e questo è un dato di fatto), nessuno dei suoi film prima d’ora aveva cercato una possibile convivenza tra la verosimiglianza di un cinema maturo e la magia di una visione ottimistica di un passato (cinematografico?) mai del tutto dimenticato. Spielberg è oramai già da troppi anni all’apice di una carriera che, salvo qualche chiassoso flop (La guerra dei mondi del 2005), lo vede custode di un patrimonio tecnico-narrativo inarrivabile e di una capacità di spaziare tra vari generi che al giorno d’oggi nessuno possiede (Ridley Scott, Christopher Nolan, i Wachowski e Peter Jackson stanno ancora cercando di capire come eguagliarlo) a capo di un’industria (DreamWorks, Amblin) che come detto orchestra nuovamente uno spartito già noto (anche letteralmente: ecco di nuovo John Williams alla colonna sonora) e quindi sicuro.

Ma se War Horse, al di là dei suoi innegabili aspetti filosofici-cinefili-morali che già conosciamo, può offrire una serata di intrattenimento intelligente per una famiglia, qual è il motivo per prendersela con il più sottovalutato dei film del cineasta? A ben vedere probabilmente War Horse fa il punto della situazione, ripercorrendo in un toccante viaggio quelli che sono stati i punti chiave su cui il regista ha costruito la propria fortunata carriera. Lo Spielberg di oggi non è quello di Schindler, bensì un autore ancor più esperto che può permettersi di cambiare stile (dalla durezza di Munich allo sfrenato Tintin) senza per questo doversi tradire. Con una fotografia orientata verso una semplificazione dell’immagine piuttosto che verso ricerca dei dettagli che contraddistinguevano le scenografie ricche ed eleganti di Schindler’s List, War horse è forse eccessivo nella durata, giustificata forse dagli spunti tecnici che mai vengono meno (la scena con l’occhio di Joey ricalca alcune sperimentazioni presenti in film come A.I.). In maniera non perfetta, ma con invidiabile nonchalance, Spielberg doma, cavalca, corre all’impazzata verso nuove sfide. E noi saremo al suo fianco, appassionati e assetati delle sue storie.

– I.B.

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