The Wolf of Wall Street – La Recensione

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The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2014)

Non è tutto oro quel che luccica…|

the_wolf_of_wall_street_minimalist_poster_by_dcomp-d6ie0crQuando il giovane e ambizioso Jordan Belfort (Leo DiCaprio) inizia la propria scalata nel mondo della finanza scopre che non tutto è rose e fiori, perde il lavoro il giorno della sua promozione ed è costretto a mettersi in proprio per sfondare ai piani alti di Wall Street.

I fan di Martin Scorsese erano stati a suo tempo spiazzati dalla scelta del regista di dedicarsi alla trasposizione cinematografica de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, un libro per bambini. Ma quello era “un film dedicato alla figlia”, che per quanto poetico e sorprendente poco aveva da dirci sullo Scorsese come siamo abituati a conoscerlo tutti. Ma analogamente, benché vietato ai minori di 14 anni e incentrato sugli eccessi degli affari in borsa piuttosto che sulle martellate in faccia di Casinò, anche Il lupo di Wall Street non sembra essere del tutto confacente i parametri che lo hanno reso noto. Sì, c’è un pugno in faccia in cui si vede il sangue, ma è poca roba; c’è l’eccesso ma non il liquido rosso. Eppure Martin Scorsese sa il fatto suo, e lo sa pure DiCaprio, che tanto ha insistito per fare questo film. E lo sa la critica, che puntualmente ha lodato il film con didascalie accattivanti, tra le quali spicca quella di Empire che titola, parafrasando l’adattamento luhrmaniano del romanzo di Fitzgerald interpretato dallo stesso DiCaprio, “The Gross (volgare, eccessivo) Gatsby“. Per quanto strano, Belfort si presenta come l’antitesi di un altro personaggio interpretato magistralmente da DiCaprio, vale a dire J.Edgar (nel bel film di Clint Eastwood), uomo dedito al lavoro e zelante nella repressione delle proprie passioni. E anche detto questo, difficilmente riuscirete a concepire nella vostra mente senza vedere il film come il regista abbia immaginato, basandosi sui racconti dello stesso Belfort (quello vero), l’ufficio del broker. E vi stupirà non tanto nella quantità di sesso (sì d’accordo, eccessivo al punto di diventare finanche surreale), quanto più nei momenti in cui il palazzo di Wall Street si trasforma in un circo dove nani vengono usati come freccette e uno scimpanzé con tanto di pattini viene portato in braccio dallo stesso Belfort. Ma l’eccesso è riscontrabile ovunque nel film, e a più livelli: dal festino segreto del maggiordomo di Belfort, alla quantità di droghe che DiCaprio sniffa e butta giù ad ogni inquadratura, finanche alla stessa sproposita durata del film che supera le tre ore o alle oscenità vomitate dai vari personaggi, in particolare da Jonah Hill.

In fondo, The Wolf of Wall Street è, come altri film del regista, immoralità allo stato puro, ma d’altra parte nemmeno quando si era trattato di fare Hugo Cabret Martin Scorsese si era piegato ad una banale lezioncina per i bambini. Così, mentre la sceneggiatura di Terrence Winter ci conduce, tra un festino e l’altro (ma con dialoghi, va detto, brillanti), verso un finale freddo ma amaro, Scorsese si diverte senza troppo ritegno, e non parlo della carne nuda o del metaqualone. No, lui gioca con la cinepresa, vola con l’elicottero sopra lo yacht del protagonista nel bel mezzo dell’ennesimo festeggiamento di quest’ultimo, usa spesso ralenti o accelerazioni improvvise della macchina, un po’ così, senza poi neanche troppo senso.

Ma dopo tutto quest’eccesso cosa rimane allo spettatore, se non il ricordo di qualche risata smaliziata? E poi in fondo, cosa regala il film se non due sole scene d’alta scuola, e mi riferisco a quella in cui Margot Robbie divarica le gambe mostrando le proprie nudità di fronte al marito mentre viene a sua insaputa spiata dal personale di Belfort e a quella dello spettacolare naufragio dello yacht “Naomi”? Che Scorsese sia un talento non serve confermarlo anche in questa sede, ma da qui a vedere in The Wolf il finale di un trilogia informale composta da Quei bravi ragazzi e Casinò, questo no. La stessa recitazione, per quanto arricchita dalla partecipazione di Matthew McConaughy, Spike Jonze e Jon Favreu, non ti dice poi molto se la settimana prima sei andato a vedere American Hustle di David O. Russell. A simpatizzare con il film non aiuta d’altra parte nemmeno la mancanza del pentimento del personaggio, che avrebbe forse permesso risvolti più drammatici, sostituita da una verve di humour nero che forse avrebbe fatto meglio a gente come i Coen. I discorsi in macchina di DiCaprio e la scelta dei chiarimenti fuori campo, infine, spezzano il ritmo, diversamente da quanto accadeva con Quei bravi ragazzi.

Non è tutto oro quel che luccica e The Wolf  luccica molto. Capolavoro o meno? Triste dirlo, ma probabilmente è un no…

– I.B.

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