The Lost Dinosaurs – La Recensione

Image from the movie "The Dinosaur Project"
The Lost Dinosaurs (Sid Bennett, 2012)

Il Jurassic Park dei poveri… |

the-lost-dinosaurs-film-poster-hd-richard-dillane-peter-brooke-matt-kaneQuando un appassionato di cinema pensa ai dinosauri è inammissibile non collegare il nome di questi esseri preistorici mostruosi e affascinanti al capolavoro di Steven Spielberg del 1993, Jurassic Park. Eppure, per quanto siano stati pochi i film oltre alla trilogia di Spielberg e a Dinosauri di Disney ad aver riportato in vita questi fossili, vedendo il pessimo film di Sid Bennett ci si distrae facilmente con vecchi ricordi di avventure mai del tutto dimenticate: il gigante (ma innocuo) brachiosauro in CGI creato da Hammond nello stesso Jurassic Park, l’impressionante migrazione di Aladar & Co. in Dinosauri e, se vogliamo, lo spettacolare uno contro due Kong/T-Rex nel King Kong di Peter Jackson. Momenti che ti rimangono dentro. E dentro, a modo suo, ti rimane anche The Lost Dinosaurs, ma non nella memoria dei ricordi felici. Senza i mezzi delle grandi produzioni di Hollywood ma con spudorato coraggio, Bennett dirige il suo film sui dinosauri utilizzando un espediente ormai poco sorprendente come il mockumentary, tecnica che, facendo uso di cellulari, di telecamere low coast e di un montaggio frammentato dal taglio volutamente documentaristico dà al film un effetto realistico senza aver bisogno di finanziatori di effetti speciali o di cast stellari. Da Paranormal Activity a Rec, da The Bay a Chronicle, i film girati con questa tecnica si sono sprecati, permettendo a vari cineasti sconosciuti di mettersi in mostra nonostante la mancanza di risorse a propria disposizione. Certo, una volta che questa novità è diventata norma, capisci che per fare un film così serve un po’ di genio, non il talento. Se compri qualche telecamera GoPro (dai motociclisti agli sciatori oramai tutti le sanno usare) e arruoli un cast di volti sconosciuti, poi basta avere un computer abbastanza valido da permetterti di creare qualche effettino speciale da quattro soldi -letteralmente- e il gioco è fatto: arrivi nei cinema.

Ciò che però più infastidisce nel film non è tanto l’estetica del non-bello come arma a doppio taglio (offende l’occhio ma ne guadagna come detto il realismo) quanto più l’affronto della trama sfacciatamente spielberghiana: se vi siete mai chiesti dove termini un esercizio di citazioni e dove inizi invece il plagio, date un’occhiata al film. Dal tema del rapporto conflittuale con il padre (quest’ultimo spiccicato al Sam Neill di JP) al figlio avventuroso che viaggia clandestinamente con la troupe come in JP2, tutto sa di riciclato, noto, prevedibile. Nessuna trovata sorprende. Certo, il film potreste sempre vederlo come semplice intrattenimento. In questo caso però, riflettete su quanto state per leggere: vale davvero la pena spendere del tempo per vedere un film la cui scena più tesa vede un ragazzino ammiccarsi un dinosauro donandogli delle caramelle? Sicuramente no.

Quando Spielberg realizzò il suo film portò la magia del racconto a milioni di persone, ma non avrebbe mai pensato che il suo film, a distanza di 20 anni, sarebbe stato adattato all’estetica di una nuova generazione di astuti cineasti che pretendono di arrivare al molto con il poco.

– I.B.

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