The Accountant – La Recensione

Image from the movie "The Accountant"
THE ACCOUNTANT (Gavin O’Connor, 2016)

“Mi chiamo Wolf(f), risolvo problemi”

Poster for the movie ""

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La contabilità fa parte dei miei studi: l’ho sempre inquadrata come la classica disciplina noiosa che può tornare utile nel trovare un posto di lavoro qualsiasi. Redarre un bilancio, iscrivere le varie voci, classificare e interpretare i risultati… esistono insomma passatempi più eccitanti per trascorrere le proprie giornate. Christian Wolff (Ben Affleck), contabile e sicario, i numeri li padroneggia come pochi: affetto da autismo, è cresciuto contraddistinto per natura da una notevole abilità matematica. Nel frattempo è anche stato addestrato severamente dal padre, che lo ha trasformato in un paramilitare alla Jason Bourne (!). Assunto con il compito di svelare alcune incongruenze nei conti di un’azienda, smascherarà un’azione illegale che lo costringerà a riporre il calcolatore ed imbracciare il fucile.

Ci sono tre caratteristiche che contraddistinguono l’eroe action in questi ultimi anni: 1. sa minuziosamente colpire l’avversario senza dissipare energia o concedere inutili teatralizzazioni; 2. è in lotta con le istituzioni riconosciute, spesso raccontate come corrotte e inefficienti; 3. non ha bisogno di una donna al suo fianco: anche se quest’ultima pende dalle sue labbra, il lavoro in solitaria è un valore sacro cui attenersi. The Accountant, che mischia dramma, film di mistero e appunto action, si accomoda in tale corrente di film.

A capo di questo film della Warner. Bros. ritroviamo con piacere il regista Gavin O’Connor, che messi da parte i due “warrior” di Joel Edgerton e Tom Hardy ritorna a farci visita in Italia (dopo essersi visto bloccare alla frontiera il western Jane Got A Gun) con un’opera che non raggiunge la statura del suo precedente sport movie, ma che si fa comunque apprezzare per la qualità complessiva del prodotto.

L’intreccio in un modo o nell’altro crea un certo alone di mistero, la fotografia è ben curata, anche Ben Affleck è in parte. La sceneggiatura, nonostante qualche passaggio maldestro (“banalotta” e stereotipata la costruzione del poco di buono di Jon Bernthal), sparata delirante (vedi la scena dell’addestramento con un maestro d’arti marziali asiatico) o sbilenca cucitura (neanche l’uso ripetuto del flashback è capace di approfondire il rapporto con padre e fratello), garantisce la giusta dose di densità al racconto.

Siamo brevi: ci troviamo nella zona dei classici film americani ben girati ma senza il guizzo che avrebbe potuto trasformarli in film dalle ottime reputazioni. Se nel caso di The Accountant ciò non avviene lo si deve essenzialmente ad una ragione: il modo in cui la storia è portata avanti. Perché se alla fine i conti in bilancio tornano e le tessere del puzzle vanno ad incastrarsi precise al loro posto, è anche vero che la prima parte è più un lungo spargimento di tali tessere senza schema logico alcuno che un primo tentativo di decifrare la personalità del protagonista (forse volutamente? Vedasi il caso del personaggio di Hardy in “Warrior”), che alla fine affascina ma non conquista fino in fondo.

Per le rivelazioni e le scoperte si dovrà giustamente attendere la seconda parte (meccanismo però un po’ scontato e che non lascia spazio ad un’analisi più approfondita sul personaggio), decisamente meglio composta rispetto al frammentario primo tempo, in cui un’improvvisa ed efficace deriva sentimentale accelera The Accountant e lo riallaccia a Warrior. Bilancio complicato, ma alla fine i conti tornano. Tutto è infatti  calcolato, eppure qualcosa manca: un’emozione davvero forte che valga il prezzo del biglietto, come quello che forse avete pagato per vedere due fratelli prendersi a botte su un ring nel 2011.

I.B.

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