Split: se “Psycho” è al cubo…

Image from the movie "Split"
Split (M.Night Shyamalan, 2017)

Dopo The Visit, Shyamalan realizza uno Psycho al cubo, con una discreta tensione ma poca volontà di osare |

Poster for the movie "Split"

© 2017 Universal Pictures − All right reserved.

Tre ragazze vengono rapite da un uomo misterioso (James McAvoy), che le segrega in quello che sembra uno scantinato. Nel tentativo di evadere scoprono che il soggetto soffre di personalità multiple: egli infatti interagisce con le prigioniere mutando di volta in volta carattere, vestiti, comportamenti: un uomo disciplinato, una melliflua donna, un ingenuo (ma non troppo) bambino di 9 anni… Si scopre poi che quando Kevin si reca dalla sua psicanalista impersona Barry, effeminato stilista dai tratti estroversi e dal fare mellifluo. Mentre la dottoressa prende coscienza della reale natura del paziente, una disturbata personalità della sua nutrita galleria mai mostrata prima è pronta a venire alla luce.

Ora possiamo dirlo senza timore di venire contraddetti: The Visit, mockumentary horror uscito appena un anno e mezzo fa, non era stato solo il fortunato rilancio del regista indiano ma il segnale inequivocabile di una maturità finalmente acquisita. Shyamalan in questi anni ha rappresentato meglio di chiunque altro le difficoltà di lavorare per conto degli studios californiani: dapprima -sbrigativamente- insignito della nomina a enfant prodige del thriller grazie alle fin troppo elogiate esperienze di gioventù (lampante il caso del modesto Il sesto senso), il nome del nostro è stato poi, per contrappasso, inserito nella “black list” dei registi a causa di pellicole impresentabili (After Earth). Rimessosi in sesto grazie al poco costoso horror con i nonni, ora a Shyamalan viene data la chance di sviluppare un suo nuovo soggetto: lui risponde girando con la dovuta compostezza un thriller ben congegnato. La storia funziona grazie ad un meccanismo compassato che si muove agevolmente tra i due piani della vicenda (la prigione e lo studio), a metà tra film di mistero e “kammerspiel”.

Se la produzione di Jason Blum era presagio della lenta ma inesorabile discesa di Split verso l’horror, questo film presenta più connessioni con lo stile fumettistico che tanto va di moda oggi (si veda per esempio come è rappresentata la genesi della 24esima personalità di Kevin) e che Shyamalan aveva già contribuito a sviluppare in tempi antecedenti la fortunata esplosione dei superuomini (non a caso omaggiato dal simpatico cammeo del predestinato Willis). Come si evinceva già in The Visit la vera novità è nel buon ritmo sostenuto: abbandonata l’esasperante paralisi che faceva di Unbreakable un episodio totalmente privo di enfasi o tensione, Shyamalan non perde tempo e lo sfrutta il più possibile grazie al serrato montaggio che elide le scene di raccordo e le classiche panoramiche. Inutile però sottolineare come solo alcune delle 23 personalità attribuite al personaggio possano essere mostrate con un certo dettaglio, nonostante l’agilità dello script. Con una fotografia lineare e secca, il cineasta si mette a disposizione del bravo attore che lo ripaga con una prova inappuntabile. Lo stesso dicasi per la giovane co-protagonista, giovane e combattiva come piace al pubblico di oggi.

Ma allora perché Split è “solo” un buon film? In primo luogo vorrebbe inserire un sotto testo tragico, senza però riuscire a dosare i momenti di tensione e quelli patetici come accade per esempio in Psycho, grazie a Sua Maestà Anthony Perkins. M. Night non ha la maestria tecnica e narrativa del genio britannico, e le sue scenografie, pur volendolo, non riproducono con espressività la labirintica psiche del malato (cosa che, almeno stando ad un tentativo di lettura da parte del filosofo sloveno Zizek, avverrebbe proprio nel capolavoro del 1960). In secondo, la storia promette troppo rispetto a quanto poi offre realmente: ci stuzzicano con intriganti derive teoriche (la finzione e l’adattamento della personalità a seconda del contesto sono prerogativa di successo?) e narrative (una personalità del paziente potrebbe fingere di essere un’altra? E a che pro?) che però giungono a vicoli ciechi, vincolandoci, ormai rassegnati, al canovaccio tipico del genere senza troppe novità.

L’iniziale contrasto tra un personaggio sovraccarico e sfaccettato e le due vacue malcapitate, mocciose e antipatiche, produce uno spiazzamento che si riflette nello spettatore, che eticamente è chiamato a tifare per le ragazze ma che al contempo cela una segreta empatia con il malvagio (soprattutto se questi veste i vulnerabili panni del bambino). Un capovolgimento che raggiunge il suo apice quando Kevin si palesa sottoforma di ingenuo bambinetto. Purtroppo poi tutto scema nel percorso che tutti prevedono, incapace di splittarsi realmente per farsi riflessione generale e senza trovare spiegazioni originali a queste manifestazioni bizzarre e spaventose che non siano le canoniche violenze sessuali.

I.B.

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