Una spia e mezzo – La Recensione

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Una spia e mezzo (Rawson Marshall, 2016)

Buddy comedy che scorre spedita da una gag all’altra, ignorando la natura pretestuosa dello svolgimento |

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L’amicizia “in coppia” tra uomini è stata al cinema declinata in mille modi, contesti, generi: dagli albori della comicità con i britannici Stanlio e Ollio alle rutilanti scazzottate dei nostri Terence Hill e Bud Spencer, dai due biker di Easy Rider all’impossibile alleanza tra un orco e un asino in Shrek, fino ai nice guys di Russell Crowe e Ryan Gosling in questi giorni nelle sale (e si potrebbe continuare all’infinito…). Un canovaccio particolarmente ricorrente è il gioco per cui uno dei due è maldisposto verso le stranezze dell’altro ma con il tempo imparerà (vi sarà costretto dagli eventi) ad apprezzarle e amarle. Una spia e mezzo, ennesima buddy comedy dei nostri tempi (progetto tra l’altro in cui sembrano credere in molti visto che al vertice troviamo un’inconsueta joint venture tra Universal e Warner Bros.), si colloca nel solco della tradizione.

Rappresentante del proprio istituto, enfant prodige, cocco delle massime autorità scolastiche, speaker di talento, trascinatore delle masse studentesche, sportivo, fidanzato: nulla Calvin “Freccia d’oro” Joyner (Kevin Hart) può chiedere di più alla sua promettente esistenza. Vanno di sicuro peggio le cose al corpacciuto Bob, nerd funestato dalle umilianti trovate dei bulletti del liceo. Passano gli anni della prima giovinezza, e l’allora promettente Calvin non è troppo diverso dall’uomo comune: sposato e con un lavoro rispettabile e noioso. Capovolgendo ogni pronostico, Bob è invece entrato nella Cia, e, dopo estenuanti allenamenti, ha l’invidiabile fisico erculeo di Dwayne Johnson…

È chiaro come Una spia e mezzo cerchi di svilupparsi attorno a meccanismi piuttosto consolidati come il capovolgimento e il contrasto, in un (doppio)gioco di ruoli comune alle moderne parodie degli spy movie. Il risultato è del tutto simile al femminile Spy, per quanto nettamente superiore e di gran lunga più simpatico (se non divertente) del film di Paul Feig.

L’intento (buonista, ma per certi versi necessario) di fare di Una spia e mezzo anche una impossibile favola anti-bullismo si confa probabilmente alle nevrosi dei nostri tempi, dove finanche i sempre più frequenti atti di terrorismo vengono perpetuati da giovani emarginati dai circuiti sociali assetati di vendetta. Un proponimento che comunque è alla base di alcune delle trovate meglio presentate dalla commedia, che scorre spedita da una gag all’altra, ignorando la natura pretestuosa dello svolgimento.

E se con piacere si saluta l’ennesima tappa nella crescita dell’emergente Kevin Hart -c’è bisogno di qualcuno che raccolga la pesante eredità di Eddie Murphy, sempre sperando in un importante ritorno sugli schermi in prima persona della star-, è togliendoci il cappello che ci accostiamo al nuovo personaggio di Dwayne Johnston. “The Rock” è un wrestler reinventatosi sul set e le sue doti recitative paiono di conseguenza circoscritte a categorie di personaggi ben specifiche. Non si può fare a meno di osservare come, tuttavia, i suoi bodybuilder presentino di volta in volta caratteristiche nuove e insolite (in questo caso l’uso fuori moda del marsupio, in Pain & Gain l’umile spiritualità), che lo rendono più umano e sensibile, in ogni caso fuori dal comune. Non ci stupiremo probabilmente troppo se, dopo che molti attori hanno raggiunto il proprio apice su un ring (De Niro su tutti), “The Rock” non imbocchi invece il medesimo percorso in direzione opposta, aspirando in un futuro prossimo a ben più prestigiosi traguardi filmici.

I.B.

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