Spectre – La Recensione

Image from the movie "Spectre"
Spectre (Sam Mendes, 2015)

Un film che punta a intrattenere, talvolta senza cervello: per Sam Mendes e Daniel Craig un’altra ricerca delle origini come lo erano stati Skyfall ed Era mio padre, stavolta senza voglia di scalfire la superficialità delle figure in gioco |

Poster for the movie "Spectre"

© 2015 Eon Productions − All right reserved.

Possiamo tutti immaginare quanto sia stato grave per il regista Sam Mendes farsi carico di bissare un’opera vibrante e unanimemente lodata come lo è stata il suo Skyfall (vale la pena sottolineare una volta di più il pronome possessivo “suo”), e la maggioranza di noi sapeva, per quanto pesasse ammetterlo, che l’operazione “Spectre” non poteva in partenza avere l’urgenza e la novità del suo poderoso predecessore. Non si può quindi oggettivamente pretendere, entrando in sala in un bel sabato di inizio novembre, che Spectre eguagli in termini di portata cinematografica la precedente avventura dell’agente segreto più famoso del mondo. Puntualizzata e data per scontata la presenza di tale handicap, “Bond 24” si dimostra essere uno spettacolo all’altezza. Ma procediamo con ordine.

Senza licenza di uccidere James è a Città del Messico sulle tracce di un pericoloso criminale su cui da tempo lavorava anche il precedente M. Pizzicato dai servizi segreti britannici, Bond viene sospeso (messo sotto controllo da un microchip iniettato nelle vene: segno dei tempi che avanzano), ma la minaccia di un’organizzazione occulta che sta decidendo a tavolino il destino del mondo rimetterà al lavoro l’elegante eroe.

“I morti sono vivi”. Esorisce così Spectre, risalendo immediatamente all’impronta tematica di Skyfall (citato in avvio), e inserendo non a caso il suo eroe nel bel mezzo di un’atmosfera di megalomane celebrazione della morte e della resurrezione. D’altra parte Skyfall, così come Il cavaliere oscuro per Batman, aveva sancito la fine della configurazione apatica e inscalfibile per l’eroe di Fleming: riscritto da capo per farne un bersaglio dal cuore infranto e dal vizio facile, un uomo umano messo di fronte alla propria fine per poi concedergli la grazia di un nuovo inizio, Bond è stato velocemente rimesso al pari con i tempi. Sembra quindi che il filo logico che collega le due opere sia dichiaratamente l’oscura presenza della morte (leggasi a seconda delle preferenze anche “fine del mito”), e la resurrezione dell’eroe che ne seguirà inevitabilmente.

Al di là della trama, il riferimento tematico si rivela interessante sotto l’aspetto della resa estetica ed emozionale del film: ai luoghi il regista regala un’aurea funerea, talvolta algida e glaciale (sebbene il lavoro di Von Hoytema alla fotografia non eguagli quello di Deakins). Durante tutto il primo atto, questa impostazione incentrata su un senso di minaccia mortale trova spunti visivi che strizzano l’occhio all’autorialità di Mendes (la scacchiera coperta dalla polvere che appare sul tavolo di Mr.White, simbolo di un mondo sommerso in cui le pedine vengono mosse da agenti superiori, rimanda, omettendo la citazione più immediata, a quella dell’indimenticato Settimo Sigillo di Ingmar Bergman), e per sottolineare una volta di più il tutto il regista di American Beauty crea sinistre e ampie zone d’ombra sui volti dei personaggi, in particolare su quello ruvido di Craig.
Per farla breve il primo atto mostra quindi le indiscusse doti di regia del cineasta americano, ed esibisce con sicurezza le scene per cui Spectre verrà ricordato, in particolar modo la sequenza iniziale.

La seconda, ahime, non riesce a mantenere lo standard qualitativo ai livelli della prima. Il problema è, almeno a parere di chi scrive, insito nella sceneggiatura del film. Mentre Skyfall aveva allestito una trama perfettamente lineare ma al tempo stesso realistica e finanche motivante, che andava ben oltre il semplice pretesto, Spectre è vittima di una certa leggerezza nella logica del plot. Innanzitutto il tentativo di rileggere i film precedenti dell'”era Craig” come episodi in cui i cattivi si riscoprono burattini nelle mani di un agenzia superiore che qui, infine, viene allo scoperto, crea un certo fastidio nello spettatore attento, timoroso di una virata verso la serialità insipida e sconclusionata del Marvel Cinematic Universe. Un’idea non certo originale questa, che anche con Il cavaliere oscuro – il ritorno (giusto per rimanere su terreni comparabili) aveva visto impegnato lo stesso Nolan (se ricordate, la trama riavvolgeva il nastro e agganciava il capitolo finale a Batman Begins), finendo oggi come allora per mettere in luce limiti e assurdità -allora meglio camuffati- di tali presupposti.

Più che altro, però, sono in questo caso “le cose che non tornano” a rendere lo svolgimento un po’ troppo approssimativo per un film che doveva avere nella storia raccontata uno dei suoi principali punti a favore: palesi incoerenze (“Spectre” manderebbe un possente scimmione ad uccidere brutalmente Bond salvo poi, una volta sconfitto, accogliere 007 e compagna con l’eleganza saccente e delirante di un maniacale Christoph Waltz?), inopportune semplificazioni (la stessa “Spectre”, formata da politici corrotti, sarebbe sconfitta solo distruggendo il covo in Marocco ed eliminandone il vertice?) e immancabili cliché (indigesto e immotivato l’espediente della bomba sul finale) si rincorrono lasciando lo spettatore con il solo appiglio del divertimento, che comunque non manca. A mancare completamente è a questo punto l’unitarietà dell’opera (ad un certo punto tutto sembra collassare), il collegamento (tematico e atmosferico) con il “Dia de los muertos” iniziale, perduto a favore di un ironico frullato alle erbe e di un abbandono quasi totale allo spettacolo. E su questo punto nulla si può criticare a Spectre: i ritmi alti, gli ambienti ben fotografati e l’ottimo rapporto tra Craig e il suo personaggio creano una magica alchimia.

Da parte sua Mendes stavolta si dimostra un regista capace di guardare più alla logica dello show business (quindi ad un’esigenza esplicitamente commerciale, il che non è necessariamente un male) che alle nevrosi mentali che caratterizzavano i personaggi dei suoi precedenti drammi come Revolutionary Road. Un film che punta a intrattenere, talvolta senza cervello, a svagarsi: un’altra ricerca delle proprie origini come lo è stata Era mio padre, stavolta senza voglia di scalfire la superficialità delle figure in gioco.

– I.B.

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