Silence: breve commento a mente fredda

Image from the movie "Silence"
Silence (Martin Scorsese, 2017)

Il film di Scorsese, poco visto e poco apprezzato, merita tale sorte? E quali sono i motivi che hanno condotto alla fredda accoglienza?

Poster for the movie "Silence"

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Verso la fine del film, l’apostata di Liam Neeson, a dialogo con Andrew Garfield, lascia per un momento tradire il suo reale credo nel pronunciare le parole “nostro Signore”, puntualmente rimangiate sotto il rigido controllo degli inquisitori giapponesi. La sua fede, insomma, è stata latente ma pur sempre presente. In modo non dissimile, Scorsese si nasconde dietro a una regia volutamente trattenuta e silenziosa come l’azione di Dio invocata nel film da padre Rodrigues. Invero, come nel caso dell’emblematico silenzio in cui Andrew Garfield cerca di decifrare una risposta, tale sommessa disposizione a ben vedere fa lo stesso emergere qualche memorabile trovata scenica (eccezionale l’accostamento consequenziale di tre immagini: Rodrigues/Garfield guarda verso l’alto, l’icona di Cristo risponde rilanciando lo sguardo verso il basso, infine attraverso la Sua prospettiva verticale guardiamo la nave solcare le acque tra le nuvole diretta verso il punto di non ritorno), a testimoniare il talento visivo, tecnico e scenografico del regista. Questo per screditare immediatamente le opinioni (lecite ma a parere di chi scrive del tutto infondate) dei tanti che al cinema si sono ritrovati con un prodotto che dava la sensazione di essere non finito, poco inventivo e per nulla comunicativo, un po’ come le ultime Pietà di Michelangelo.

Non potremmo però apprestarci a Silence senza prima aver compiuto lo sforzo di balzare per un momento indietro nel tempo. Correva l’anno 2014 quando Martin Scorsese presentò The Wolf of Wall Street, cinico e mastodontico biopic che, non senza una sottesa lungimiranza, mirava ad imprimersi nella cultura di massa facendo dell’eccesso la propria cifra caratteristica (il tutto era cioè esagerato nella virtuosa regia, nelle oscenità pronunciate e compiute dai personaggi, nella spropositata durata ecc…). Guardando Silence la memoria di quell’astuta operazione cinematografica viene cancellata da uno Scorsese inedito, la cui regia sembra essere martoriata, tormentata, trattenuta in nome della materia in gioco. La direzione dei suoi film più famosi, viscerale e tracotante (si pensi al repertorio sfoderato con Taxi Driver, Fuori Orario, Toro Scatenato e via elencando), cede il passo ad una narrazione mesta e pacata, sofferta e dimessa.

È probabilmente allo scarto appena descritto da ascrivere la ragione primaria di tanto astio nell’accoglienza di Silence, denominazione che appare -con una certa ironia- fin troppo profetica nel pronosticare la scarsa visibilità data allo stesso da parte dei media. Tale freddezza è in primis dovuta a quella parte di pubblico che, sempre più spesso disgustata dagli scandali a sfondo religioso, non riesce a provare empatia per le missioni evangelizzatrici descritte nel film e, con fin troppa superficialità, fa il tifo per i violenti persecutori. La stessa critica, pur non demolendo il film (probabilmente anche in virtù di un certo timore reverenziale per i nomi in ballo), non ha sfoggiato l’entusiasmo dei precedenti lavori del Nostro, presumibilmente destabilizzata dall’ambiguità dell’opera nel suo complesso (anche se la dedica finale è rivolta ai gesuiti). Sarebbe infatti difficile dire, allo stato attuale, cosa pensi l’ex seminarista Martin della fede cristiana. Il dibattito teorico e teologico imbastito dal film porta a numerose riflessioni, ma dal punto di vista degli autori non è chiaro se l’opera evangelizzatrice dei protagonisti abbia reso quei popoli più liberi o se invece li abbia ridotti in una irrisolvibile schiavitù.

In nome della lentezza e di questa (solo apparente?) presa di posizione mancata, Silence in effetti è un film difficile da vedere, arduo sia per il corposo minutaggio che per i meditativi contenuti. Se la sensazione di trovarsi di fronte ad un’opera sbilenca non cessa anche dopo diversi giorni dalla sua visione, è innegabile che il problema etico e teologico sollevato dal film è di una portata ben superiore alla materialità dei precedenti lavori, finanche attuale. Allo spettatore, confuso e divorato dal dubbio (Rodrigues ha rinunciato o meno alla sua fede? Quale delle ideologie presentate era giusta?), non resta che rifarsi alla ormai proverbiale chiosa della donna dai capelli blu in Mulholland Drive in attesa di un significato definitivo (che probabilmente Scorsese non ha osato dare) e, nel mentre di una riflessione, attenersi fedelmente all’ordine impartitoci e astenersi, per ora, da qualunque sentenza. Silencio.

I.B.

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