Robert Zemeckis: Una macchina del tempo chiamata Cinema

Robert_Zemeckis

Dopo il “percorso Pixar” con cui mi sono cimentato nella nobile arte della monografia completa, è giunto il momento di salire a bordo della De Lorean per esplorare il passato di un regista tanto famoso quanto sottovalutato. Dagli esordi analogici con Spielberg alla sperimentazione digitale nel mondo dell’animazione in “motion capture”, partiamo per un viaggio nel tempo e nello spazio dei film di Zemeckis, opere capaci di bucare lo schermo per imprimersi con involontaria prepotenza nella cultura di massa.


Poeta del tempo

“Un qualche… evento cosmico! Non… non ci sono parole… non… ci sono parole… per descriverlo! È poesia! Dovevano mandare…un poeta!”

(Contact, 1997)

ProductZoomPer Isaac Newton il tempo era definibile con il termine “sensorium Dei” (il senso di Dio). Dimensione concettualmente misteriosa per cui, citando Sant’Agostino, “se non mi chiedono cosa sia lo so, ma se me lo chiedono non lo so più”. Per il filosofo John Ellis McTaggart esso invece era mera illusione… Molti studi e discettazioni (scientifiche o meno) riguardanti questa strana dimensione che si snoda tra passato, presente e futuro hanno trovato luogo nel corso della storia del Pensiero. Una tematica affascinante a cui Albert Einstein, nel 1905, apportò la lucidità e la certezza proprie della scienza sperimentale con la celebre Teoria della Relatività, la quale mutò l’approccio dell’intero ambito accademico alla materia in questione. Secondo questi moderni principi il tempo non è astrazione assoluta bensì dimensione relativa, soggettiva.

Probabilmente nessun altro cineasta ha beneficiato degli influssi filosofici, scientifici e poetici offerti dalla suddetta teoria del genio tedesco quanto Robert Zemeckis (che non a caso omaggia Einstein dando il suo nome al cane di Brown in Ritorno al futuro). Sorprende che questa vera e propria ossessione per lo scorrere delle lancette sia stata portata avanti con autorevolezza nel poco permissivo contesto mainstream hollywoodiano, evolvendo quello che inizialmente appariva come un semplice interesse nei confronti di una narrazione innovativa verso la costruzione di vere e proprie parabole temporali che ponessero l’uomo qualunque al cospetto delle insondabili sfide del destino, della casualità, di misteriose entità aliene o di Dio. Senza scordare le componenti alla base del Cinema stesso: il divertimento ma soprattutto la creazione di mondi altri.

Come anticipato nelle riduttive righe scritte poco sopra, Zemeckis è arrivato a comprendere e padroneggiare forse le unità più importanti di un racconto, il tempo e i tempi del medesimo, ben capendo che la trama e la forma, per quanto basilari, non sarebbero state sufficienti a risultare autentiche senza la capacità di plasmarle e inserirle in maniera temporalmente originale, magari basando le storie proprio sullo scorrere delle epoche, su un mondo che evolve e i noi con esso.

Le doti registiche di questo umile cineasta, di discendenza lituana e italiana ma cinematograficamente statunitense al 100%, sono state largamente apprezzate da pubblico e critica americana, meno dalla carta stampata del nostro Paese. Da noi, infatti, il primo giovane Zemeckis viene spesso identificato come discepolo prediletto del futuro Re Steven Spielberg. Posto che in parte l’assunto è innegabile (sarà Spielberg ad introdurlo nel giro che conta e a produrgli i primi lavori) e che la tecnica con cui Zemeckis realizza i suoi film è sovrapponibile quella di Steven, sarebbe disonesto non attribuire a Robert il merito di avere, se non rivoluzionato Hollywood, quantomeno arricchito la storia del grande schermo con favole moderne. Queste, a cui ha spesso partecipato come soggettista e sceneggiatore l’amico Bob Gale (almeno fino al 1990), hanno messo in luce una propria visione del mondo coerente e non semplicistica quanto potrebbe apparire ad uno sguardo distratto. Negli ultimi anni, invece, le critiche si sono scagliate contro l’uso a detta di molti smodato e freddo della tecnologia, reo di aver accantonato la calorosa componente sentimentale degli esordi.

In ogni caso, anche nel suo momento di massimo splendore raramente Zemeckis è stato riconosciuto come autore. Probabilmente nemmeno desidererebbe esserlo, visto che è stato sempre al servizio di storie che facessero presa sul grande pubblico, offrendoci un intrattenimento qualitativamente ben oltre la media di ciò che siamo abituati a vedere nelle sale. Attraverso una breve rassegna delle sue opere, vediamo come questo poco appariscente vate del buon cinema sia, a dispetto di una critica troppo fredda e smaliziata, una delle benedizioni che il grande schermo ci ha donato. Cineasta romantico, sognatore e fantasioso, capace di grandi suggestioni e, poiché non è Kubrick, anche di qualche fragoroso scivolone, Zemeckis si è sempre distinto per una dote tecnica fuori dal comune e un debole nella sperimentazione degli effetti speciali, in magico equilibrio tra divertimento pop ed emozione, con sporadiche bordate di nostalgia oppure di orrore.

Non c’è dubbio: tra i grandi sogni e gli orribili incubi di cui è capace il genere umano, ricordando Contact, Robert ha raccontato i primi con trasporto, creando dimensioni alternative mozzafiato senza mai perdere per un secondo contatto con la realtà.


Gli esordi tra Beatles, macchine usate e baldi avventurieri

Image from the movie "Romancing the Stone"

© 1984 Twentieth Century Fox Film Corporation − All right reserved.

Image from the movie ""

© − All right reserved.

Figlio della musica dei Beatles, Zemeckis esordisce con 1964: Allarme a N.Y. arrivano i Beatles! (1978), commedia incentrata su un concerto della band di Liverpool nella Grande Mela. Si tratta di una delle prime produzioni di Spielberg, ormai squalo indomabile della New Hollywood. Seguendo le orme del regista di Duel, Zemeckis era entrato nel “circuito che conta” infiltrandosi clandestinamente negli studi della Universal (che un domani nemmeno troppo distante gli produrrà Ritorno al futuro). Il suo talento è un segno del destino che Spielberg colse alla grande. Il successivo lavoro di Zemeckis è infatti costituito dalla prova, stavolta nelle vesti di sceneggiatore, di 1941 – Allarme ad Hollywood, misto di commedia e guerra diretto nel 1979 dal suo maestro. Con solo due lavori all’attivo, Robert Zemeckis di Chicago diviene quindi a tutti gli effetti l’onorato capostipite di una stirpe di cineasti commerciali di gran classe scoperti dal papà di E.T.: Chris Columbus, Joe Dante, J.J. Abrams…

La sua promettente carriera viene quindi arricchita da La fantastica sfida (ignobile traduzione nostrana dell’originale Used Cars), che inaugura gli anni ’80. In questa divertente favola moderna già percepiamo tutta la passione con cui questo regista racconta le sue storie ad un pubblico eterogeneo, costituito tanto dal colto cinefilo quanto dallo spettatore generalista. A metterci il resto, in una bella storia che però transita sul traguardo senza il colpo di coda sperato, è il simpatico Kurt Russel, nei panni di un venditore d’auto usate -e aspirante politico- che deve fronteggiare la spietata concorrenza del suo dirimpettaio (Jack Warden, interprete di due personaggi diversi). Questi è l’amorale capitalista disposto a spingersi oltre il lecito pur di assicurarsi il predominio commerciale sul territorio.

Nonostante una tematica potenzialmente oscura (nel film, senza anticipare nulla di decisivo, vi sarà un omicidio), Used Cars ha i toni della commedia scanzonata e guascona (in contrasto con l’ironia glaciale dei primi Coen), con trovate eccezionali se relazionate alla giovane età di Zemeckis e Gale. Non manca qualche siparietto osé né, lo si capisce fin dal titolo, un’altra costante dei suoi film: le auto.

Piccola curiosità: il montaggio è curato da Michael Kahn di Incontri ravvicinati del terzo tipo, che lavorerà poi in quasi tutti gli altri film di Spielberg rivestendo la medesima carica di editor.

Mentre molti registi imparano solo con l’esperienza a padroneggiare i vari parametri della regia, Zemeckis si dimostra fin dagli ottimi esordi un grande tecnico (l’inquadratura iniziale, quasi leoniana) e un grande narratore…


Un inizio così promettente, eppure di una così modesta presa sul grande pubblico, dovrà attendere All’inseguimento della pietra verde (1984) per spiccare definitivamente il volo. Questa bizzarra avventura con Michael Douglas e Kathleen Turner, più apprezzata dalla critica rispetto al precedente lavoro, soffre però l’accusa, peraltro giustificata, di essere solo un’imitazione dei film di Indiana Jones. Rispetto ad un capolavoro come I predatori dell’arca perduta però, Romancing the Stone (questo l’original title) non vanta il carisma di un protagonista come Harrison Ford né l’inventiva visiva “fumettistica” degli inseguimenti di Spielberg. L’idea e lo sviluppo della sceneggiatura è di una certa Diane Thomas, e il fatto che si tratti a tutti gli effetti di un lavoro su commissione (all’epoca Zemeckis non disponeva della “statura” per imporsi autonomamente) giustifica in parte la scarsa consistenza cinematografica del lavoro.

Nonostante il film di per sé non sia un granché, questa tappa si rivela fondamentale per la vita artistica di Zemeckis, il quale ottiene ora fiducia per realizzare un film più sentito, nuovamente scritto con l’amico Gale: Ritorno al futuro.


Ritorno al futuro: il film Manifesto

Image from the movie "Back to the Future"

© 1985 Universal Pictures − All right reserved.

Il film esce in un’epoca di cui è consuetudine parlar male, ma che in realtà ha dato i natali a cult e capolavori come Blade RunnerAliensTerminator. E contemporaneamente sbancano i grandi film di cassetta come L’Impero colpisce ancoraE.T. e Indiana Jones. La commedia fantascientifica di Zemeckis appartiene decisamente a questo secondo gruppo di film, che più si prestano alla sensibilità di qualsiasi palato. Per quanto oggi sia difficile a credersi, all’epoca nessuno era interessato a produrre il film: gli studios vedevano davanti ai loro occhi soltanto una sceneggiatura fuori moda (basti pensare alle derive horror dell’intero genere che dilagavano all’epoca), mentre per la Disney qualche trovata era di troppo (la madre invaghita del figlio).

Ritorno al futuro rimane a distanza d’anni il suo film definitivo, letteralmente. Manifesta ciò che è il suo autore, cosa vuole raccontare nelle sue pellicole. Da una parte la virtuosa macchina da presa, ossia la macchina dei sogni chiamata Cinema, e dall’altra la macchina del tempo, oggetto emblematico a bordo della quale si accavallano infinite combinazioni narrative.

La De Lorean, mitica auto di Doc. (Christopher Lloyd), simboleggia l’inventiva e le possibilità di un Cinema fresco, pop, divertente, adatto a famiglie e soprattutto adolescenti. Si tratta, in altre parole, della metafora stessa della proposta di Zemeckis. L’incantesimo innescato dalla macchina del tempo/cinema travalica i confini della scienza certa (troppo noiosa) per condurre in un luogo più affascinante: la possibilità.

Sviluppata attorno ad uno svogliato studente come tanti, la storia è universalmente nota e non sembra il caso di sottolinearne le implicazioni e rimarcarne la formula felice. E se in fondo è ormai poco interessante passare in rassegna i singoli temi in gioco (sono poi quelli a cui questo regista si dedicherà con sempre maggior dedizione: tempo, famiglia, destino, caso, possibilità), meno banale è notare come la macchina del tempo Zemeckis non la abbandonerà mai. Anzi, la vedremo ricomparire in ogni suo film con manifestazioni ed esiti tra i più disparati: cosa è poi Forrest Gump se non un’impossibile odissea nelle varie epoche dell’America recente esplorate da un semplice sognatore? E cosa racchiude Contact, se non il compimento estremo di tale pensiero, dove un solo secondo custodirà il significato di un’intera esistenza (e, forse, quella dell’intera Storia del genere umano)? E via discorrendo…

In un’ottica più ampia di quella del singolo film, già da sé capolavoro di culto, si può allora supporre che le primissime inquadrature con i molti orologi sintonizzati da Doc. (a proposito, che la figura dello scienziato sia un’auto-parodia dello stesso regista?) siano il possibile incipit di ogni suo film. Quel tanto sottovalutato tempo, rigido dittatore della società, sarà d’ora in poi un invisibile (ma sempre manifesto) protagonista da plasmare a seconda della necessità, qui schiacciare ed eliminare, altrove dilatare ed ampliare. Come apertamente dichiarato da Gianni Canova in un suo saggio, i film di Ritorno al futuro “insieme agli slalom temporali di (…) C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone iniettano nella testa di tutti l’idea che (il tempo) sia una variabile soggettiva, non solo un artificio oggettivo e socialmente condivisibile”.

Ambientato in provincia, Ritorno al futuro è diretto con una maestria evidentemente ereditata da Spielberg (nell’uso del dolly, nella camera che corre sui volti dei personaggi ecc…) e con effetti speciali all’avanguardia, che però riescono a non rubare spazio ai personaggi della storia – cosa che invece accadrà in futuro. Il racconto si caratterizza per una volontaria ingenuità ed un alto livello di ingegnosità nel dipanare i fili che sostengono l’impianto narrativo tutto. Si tratta di caratteristiche che ritroveremo con piacere negli anni a seguire, sebbene le opere della maturità tenderanno ad abbandonare l’innocenza di queste prime produzioni con eroi più adulti e consapevoli.

Questo secondo successo di pubblico cementa la notorietà del regista all’interno di ogni contesto sociale e lancia la futura star Michael J. Fox, che, in un ruolo non dissimile dal precedente estroverso di Kurt Russell, diviene il simbolo della sua generazione. Così come successo a Mark Hamill con Luke Skywalker, Michael non riuscirà mai a liberarsi di Marty McFly, in un rapporto di identificazione viscerale e totale col suo personaggio. Nel corso della sua lunga carriera non raggiungerà mai traguardi anche solo minimamente paragonabili a quelli ottenuti alla verde età di 23 anni. Sfortunatamente il suo talento andrà parzialmente perduto anche a causa del morbo di Parkinson che lo colpisce (ma non sconfigge) pochi anni più tardi. L’augurio è che questo straordinario e amato interprete possa sempre trovare la forza di combattere quel brutto male. D’altronde, chi meglio di lui sa che il futuro può riservare grandi sorprese?


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Prima di dedicarsi nuovamente ai viaggi di Marty McFly con i sequel del fortunato film del 1985, Zemeckis porta nei cinema l’epocale Chi ha incastrato Roger Rabbit, anch’esso prodotto in tandem con Spielberg (Amblin Entertainment). Quest’ultimo si farà carico di reperire i diritti dei vari eroi d’animazione presso le diverse major.

Capolavoro a tecnica mista in cui vediamo interagire in modi complessi cartoni animati e personaggi umani, Who framed Roger Rabbit risalta il talento visivo del regista, fino a quel momento più apprezzato come sceneggiatore o inventore di storie. Ricco di dettagli e di riferimenti dedicati a coloro che hanno amato l’epoca d’oro dei Looney Tunes, questa commedia dalle venature noir materializza un sogno per i nostalgici appassionati di quel tipo di cortometraggio. La trama di per sé non ha spunti di riflessione o picchi di emozione quanto quelle dei film più amati del Nostro, ma le trovate nelle gag sono così esaltanti e uniche da rendere l’esperimento tanto assurdo quanto affascinante. È possibile che sia proprio questa quarta esperienza a testimoniare più di ogni altra la maestria tecnica di Bobby Z..

Ereditato l’imprimatur dei cartoon Warner e in particolare della serie Merrie Melodies/Looney Tunes, il lungometraggio ci aggiunge i personaggi della Disney (e della Paramount, MGM e Universal) e due nuovi characters (il coniglio stralunato che dà il titolo al film e la curvilinea Jessica Rabbit), tutti tenuti a bada da un divertito Bob Hoskins. Nel ruolo del cattivo compare l’irresistibile Marvin Acme (ancora Christopher Lloyd), deus ex machina dei fallimenti di Wile Coyote. Replicato (Space Jam, Looney Tunes: Back in Action) eppure mai davvero eguagliato, ha dato vita ad un’esperienza cinematografica notevole e probabilmente irripetibile, dove ogni scena contiene negli sfondi miriadi di personaggi animati provenienti da film diversi, compresi Dumbo (in un’apparizione sensazionale) e Gatto Silvestro. Come nei vecchi cartoon l’inventiva abbonda, e le scene che rimangono maggiormente impresse sono di natura comica, come il duetto tra Daffy Duck e Paperino e la scena con Topolino e Bugs Bunny, dove è evidente la volontà di confrontare i quattro massimi rappresentanti dei corti del secolo scorso.

Come nei precedenti, Chi ha incastrato Roger Rabbit presenta in secondo piano una serie di situazioni più per adulti che per bambini, rendendo la fatica di Zemeckis un oggetto che si presterà più ad un pubblico di over 10 che a ingenui pargoli. C’è addirittura chi ha ipotizzato che dietro al modo in cui i cartoni vengono confinati a Cartoonia vi sia celata l’ombrosa metafora di una tematica cara a Spielberg come il razzismo (si pensi ad E.T.): gli umani relegano i personaggi animati in una sorta di ghetto ebraico dai toni vagamente sinistri, in cui (forse) assistiamo per l’ennesima volta al diverso trattamento del diverso.

Indipendentemente da tali spunti, si tratta di un film divertente e animato in modo magnifico, uno dei pochi capolavori di animazione dei suoi anni. Un esempio di cinema istrionico e velocissimo che nessun cinefilo degli anni a seguire dimenticherà.


Ritorno a “Ritorno al futuro”

Come anticipato, terminato questo affascinante tour a Cartoonia i tempi sono maturi per  scaldare nuovamente i motori della De Lorean e chiudere in bellezza il favoloso decennio del regista. Il secondo e il terzo capitolo, guardabili insieme perché di fatto costituiscono un unico grosso film (uscito nei cinema tra il 1989 e il 1990: praticamente lo stesso tipo di operazione replicata da Tarantino con Kill Bill o dall’ultimo Harry Potter), sono una divertente aggiunta all’impalcatura del film originale.

È bene tuttavia distinguere i due secondo un criterio temporale: la più immaginifica Parte 2 ci proietta in un futuro (da poco superato: il 2015) bizzarro e inventivo, in cui Zemeckis inserisce un omaggio/presa in giro al Lo squalo di Spielberg (giunto ormai all’ennesimo, poco realistico episodio). Come in una profezia, Zemeckis già comprende che la neonata moda dei sequel non si sarebbe arrestata mai, che ogni storia era stata già raccontata, che ogni film sarebbe stato soltanto la riproposizione di quanto già detto da altri (e difatti il film stesso “rimastica” in modo geniale il progenitore). Confermando la dipendenza nostalgica e totale che il regista custodisce nei confronti del passato (cinematografico), la terza avventura è invece un western vero e proprio, incentrato sulla storia del bisnonno di Marty (sempre interpretato da Fox). Nelle polverose cittadine del Old West, Marty entrerà in scena come Claudia Cardinale in C’era una volta il West e si presenterà ai sospettosi bucolici sotto il falso nome di “Clint Eastwood”. Nonostante qualche pensata sdrucciolevole, questi due episodi scorrono spediti verso l’Olimpo del grande Cinema americano per famiglie. È l’ultima collaborazione con Bob Gale sul grande schermo: per Zemeckis si chiude non una semplice trilogia, ma un’intera epoca.

Le tante memorabili battute lasciateci in dono dalla trilogia nel suo insieme (a nostro uso e consumo, per i più procaci fan delle pellicole) sono solo una parte della consistente eredità di una saga piacevolmente imperfetta, che installa magia e sentimento in un racconto che non teme l’esito di finali derive mielose. Commedia e paradossi a non finire, musica e ambientazioni familiari, personaggi comuni eppure cosi speciali… Vi sono inoltre buone probabilità che il film sia l’unico caso documentato di lungometraggio che ha ispirato prodotti commerciali (skateboard e scarpe Nike autoallaccianti) ancor prima che qualche imprenditore li avessi immaginati. Particolare non secondario, per chi fu adolescente negli anni ’80, Marty McFly apparì come la versione dell’eroe più abbordabile rispetto all’irraggiungibile Han Solo di Star Wars.


Le commedie degli anni ’90 non raggiungono i primi film

Image from the movie ""

© − All right reserved.

Il passaggio sul piccolo schermo come regista di Incubi, telefilm a episodi composto da tre segmenti curati da tre teste diverse (le restanti due sono quelle di Richard Donner e Tom Holland), avviene nel 1991. Ma l’anno seguente, Robert fa ritorno alla sua dimensione abituale: la sala. L’abbandono di Bob Gale, dopo due o tre film consecutivi davvero perfetti, lascia Zemeckis a bagnomaria in un decennio ricco di premi ma non sempre foriero di trovate realmente interessanti.

La morte ti fa bella, commedia demenziale con derive slapstick senza pretese di serietà, è un volontario incedere nell’auto-parodia. Due avvenenti donne sono tormentate dall’azione tutt’altro che benevola del tempo sui loro corpi. Fin troppo vanitose, si sfideranno per contendersi il cuore di uno sfiduciato Bruce Willis (in un ruolo per lui atipico). Ciarliere oltre ogni limite di tollerabilità, Goldie Hawn e Meryl Streep funzionano bene nelle parti di moderne vamp che si rimettono alle facoltose mani della chirurgia plastica – e della magia.

Per quanto coerente all’interno della sua filmografia e basato su un soggetto di David Koepp (Jurassic Park, Carlito’s Way), oltre che realizzato con la perizia che da sempre si riconosce agli stretti collaboratori dell’autore (tra cui l’amico e compositore Alan Silvestri), La morte ti fa bella si rivela un progetto piuttosto mediocre che troverà gradimento solo al cospetto degli irriducibili ammiratori di Zemeckis. Forse sarebbe stato meglio vedere a capo di Death Becomes Her un regista più votato al demenziale come Sam Raimi.


Image from the movie "Forrest Gump"

© 1994 Paramount Pictures − All right reserved.

Al contrario, forse inaspettatamente, Forrest Gump diverrà in assoluto il suo film più visto oltre a garantirgli, finalmente, la gloria degli squilli di tromba dell’Academy. Tanti i riconoscimenti: film, regia, attore, musica, montaggio (Arthur Schmidt). La storia che scioglie il cuore dei giurati dell’Oscar è quella di un sempliciotto che prenderà inconsapevolmente parte agli eventi salienti della Storia americana nel corso di un’esistenza densa di surreali gioie e ineluttabili dolori.

Un’avventura originale ma anche fortunatissima oltre i propri effettivi meriti, quella di Forrest “Piè Veloce” Gump (Tom Hanks): infatti Zemeckis, pur avendo girato opere migliori come i poco distanti predecessori, raggiungerà con questa commedia meno straordinaria di quanto la si giudichi l’apice della sua fama. Come ci viene spiegato senza troppi fronzoli da MyMovies, il film è “la parabola dell’uomo puro che fa grandi cose suo malgrado, senza cercarle”: forse un altro alter ego del regista e, parzialmente, emblema di quella parte di umanità pura.

Le battute (quella esistenzialistica sui cioccolatini, l’urlo “corri Forrest, corri!”, l’esclamazione “Jennyyy!” che diventa celebre quanto l”Adrianaaa!” di Rocky), l’interpretazione di Tom Hanks e non da ultimo lo score di Alan Silvestri suggellano la leggenda di un film le cui qualità, senza nulla togliere alla tappa obbligata per ogni cinefilo che questa commedia vuole costituire, verranno forse ingigantite un po’ troppo per via della facilità con cui il film si fa vedere e rivedere. I tarantiniani, invaghiti dell’opera seconda del loro idolo, non perdoneranno mai i critici americani di averlo preferito a Pulp Fiction.


1997: l’anno del contatto, tra Kairo e Krono

Image from the movie "Contact"

© 1997 Warner Bros. − All right reserved.

“Voi siete una specie interessante, un interessante ibrido. Siete capaci di sogni di tale bellezza e di così orribili incubi. Vi sentite così sperduti, così isolati, così soli. Ma non lo siete!”

Si è abbondantemente fatto riferimento a come il Cinema di Zemeckis sia un eterno viaggio nel tempo all’infinita ricerca di una possibilità narrativa inedita. Contact rappresenta l’acme di tale modo di concepire un racconto. Pensiamo semplicemente alla superba inquadratura di partenza, con una zoomata impossibile all’indietro che partendo da una villetta americana qualunque risale fino ai confini dell’universo conosciuto, travalicando gli eoni dello spazio-tempo: non si tratta forse della medesima scena che apre Ritorno al futuro, relativizzata secondo le moderne teorie di Einstein? Il fulcro del film dura un solo secondo, eppure per la protagonista sarà il più importante della sua vita (la relatività)…

Non immaginare un’avventura spaziale dopo i mondi alternativi di Cartoonia e i “quando” esplorati da McFly sarebbe stato per Zemeckis “uno spreco di spazio”. Rielaborando i temi tipici del suo cinema grazie al best-seller del fanta-romanziere Carl Sagan (screenwriter di documentari televisivi votati alla divulgazione scientifica), Contact racconta di una astronoma alle prese con la decriptazione di un messaggio extraterrestre. Tipica anima dei film di Zemeckis, stavolta in versione femminile, la figura centrale è una Jodie Foster ambiziosa e atea, convinta che dietro a tutto vi sia la più razionale delle risposte.

I toni sono meno scanzonati rispetto a Ritorno al futuro. La ricerca ha come fine la risposta alle domande più profonde che ci tormentano (chi siamo e perché?) ma anche e soprattutto il soddisfacimento della più elementare delle necessità: l’amore. Infatti non sarà che la solitudine, oltre alla radicata passione per l’ignoto, a muovere la protagonista verso un’odissea emozionante e fantastica, che abbandona la commedia per farsi monito solenne.

Più “umano” rispetto ad Interstellar (se considerate quello di Nolan un kolossal originale vedetevi questo), è un film sul prima, durante, dopo: un modo di pensare viene stravolto da un’esperienza sensoriale sul baratro della spiritualità e mutato per sempre. Forse tale evoluzione concettuale, che Zemeckis elabora a seguito della separazione da Gale, è meglio esemplificabile dal mito greco di Krono e Kairo: l’uno è il tempo che scorre in modo inesorabilmente sequenziale, il secondo intende indicare un momento specifico separato dal primo in cui si palesa una manifestazione in qualche modo peculiare, se non eterea. Quest’esperienza che cambia mente e cuore dei personaggi è alla base di questo come dei successivi film: Le verità nascoste, Polar Express, Beowulf, A Christmas Carol, Flight.

Da un punto di vista filmico, lo stile di Zemeckis non muta molto rispetto al rigore formale ma anche ad una contemporanea dose d’inventiva dei precedenti prodotti, confermandosi uomo di Hollywood nell’accezione migliore del termine. Da segnalare però che per quanto la narrazione sia del tutto lineare essa sia intervallata molto spesso da finte immagini di repertorio e finti telegiornali: forse -esagerando?- un’inconsapevole radice destinata ad influire sull’intero filone low budget nei decenni a seguire (Disctrict 9).


L’alba del millenio tra Hitchcock e Robinson Crusoe

Image from the movie "Cast Away"

© 2000 DreamWorks SKG − All right reserved.

Scongiurato il pericolo apocalittico del capodanno 2000, il ventunesimo secolo gli si apre con un doppio colpo messo a segno a distanza di pochissimi mesi.

Image from the movie "What Lies Beneath"

© 2000 DreamWorks SKG − All right reserved.

Si parte con Le verità nascoste, thriller paranormale su una coppia affiatata spinta verso la fine del loro amore a causa di una sconvolgente rivelazione proveniente dal passato. Proseguendo la linea rosa della sua filmografia, lei è una bellissima Michelle Pfeiffer, la cui paranoia inizia a essere supportata da fin troppe coincidenze; lui, affascinante professore, non poteva che avere il volto di Harrison Ford. What lies beneath non vuole essere altro che un semplice omaggio ad Alfred Hitchcock, vero e proprio mito per il regista.

Questo film minore di Zemeckis è stato girato nel periodo di pausa tra le due sessioni di riprese per il successivo Cast Away e, pur non lasciando nulla di particolarmente originale allo spettatore avvezzo a film di paura (ma gli spaventi funzionano!), si fa notare per come il film-maker abbia cercato di superare i limiti fisici della cinepresa con uno studio di alcune scene non banale, in cui come il fantasma della storia trapassiamo alcuni oggetti di scena (in questo ricordando vagamente il primo David Fincher). Con il senno di poi, non stupisce che sarà l’animazione a conquistarlo…


Cast Away, nota storia del naufrago di Hanks, prosegue invece sulla stessa linea esistenzialistica tracciata da Contact e ci incanala su un binario doloroso: il dramma, in passato spesso sfiorato ma puntualmente evitato, si materializza con la toccante parabola di un novello Robinson Crusoe. È un film sul cambiamento: c’è un prima e un dopo per il protagonista di un Tom Hanks al suo massimo (qui alla seconda delle tre collaborazioni con Zemeckis). Ma a ben pensarci, ancora una volta non c’è alcunché di davvero nuovo. Il passaggio attraverso una dimensione (temporale e spaziale) altra per acquisire una consapevolezza e uno sguardo nuovi sul mondo non sono altro che una nuova declinazione delle rivelazioni suggerite a Jodie Foster in Contact.

Il film è comunque meraviglioso, emozionante, intenso, commovente. Abbandonata la frenesia degli esordi e gli eccessi per alcuni esasperanti di Forrest Gump, Zemeckis si prende il suo tempo, culla un’odissea eterna in un’isola deserta dove il fluire degli anni arresta la sua corsa e l’uomo ritorna all’alba dei tempi, succube della Natura. In questa sezione centrale, assistiamo alla spietata lotta per la sopravvivenza di un individuo qualunque, sineddoche della (Prei)Storia dei nostri avi. E quando l’inevitabile ritorno alla realtà si prospetta in tutta la sua felice concretezza non resta che prendere atto dell’impossibilita di un ritorno alla vita come lo era stata in precedenza. In altri termini, il personaggio di Hanks arriva a capire di essere davvero morto nel naufragio; intuirà che il mondo dove aveva sempre vissuto e il suo vecchio modo di approcciarsi ad esso era scomparso, risucchiato definitivamente nella notte dei tempi come un sogno quasi dimenticato o un pacco postale disperso. Allo stesso modo, del suo rapporto con la fidanzata non rimarranno che impercettibili segni, come abbracci dati ad un fantasma (Contact). In altre parole, Zemeckis incredibilmente riesce come mai prima d’ora a far percepire l’abisso spazio-temporale che separa il segmento iniziale da quello finale, in modo che il pubblico abbia la percezione di una durata ben più cospicua di quella effettiva: abbiamo assistito all’Odissea di “Nessuno”.

Il criticato finale, tutt’altro che buonista, manifesta ancora le infinite possibilità della vita (oltre che della narrazione cinematografica). Mentre all’inizio del film gli indirizzi postali erano consegne a cui aderire fedelmente seguendo un percorso prestabilito, ora le strade non suggeriscono solo le inesplorate regioni che rendono l’esistenza umana così affascinante ma lasciano al protagonista l’opportunità di gettarsi a capofitto in un’altra, ignota, vertiginosa dimensione.


Chi ha incastrato Babbo Natale?

Image from the movie ""

© − All right reserved.

Ma nuovo millennio fa rima anche con modernità e, colto dal sentore che il Cinema si stia dirigendo verso una progressiva digitalizzazione non solo dell’immagine ma anche dell’interprete, Zemeckis anticipa la concorrenza con un cartone natalizio in “motion capture”. Pur non godendo dell’unanime consenso di cui si era fregiato Chi ha incastrato Roger Rabbit, il ritorno all’animazione di Zemeckis con Polar Express (2004) segna nel bene e nel male una svolta nella carriera dell’autore, che lo vedrà per oltre un decennio occuparsi di cartoni digitali, sviluppando l’innovativa tecnica del mocap con la sua ImageMovers. Una tale digressione, difesa testardamente anche di fronte ai parziali fallimenti cui andrà incontro, gli costerà la fiducia di alcuni dei suoi ammiratori e vi sarà chi lo accuserà di essere solo un tecnocrate.

I critici e il pubblico si chiedono, di fronte ad un’opera animata completamente in motion capture (caso diverso quindi rispetto al Gollum del Signore degli Anelli), quale sia la reale necessità di questa nuova tecnica in un processo che cattura i movimenti e l’espressività dell’attore fisico per poi trasformarlo, tramite computer, in uno o più personaggi di fantasia ma che sempre umani rimangono. Probabilmente la risposta all’annosa questione consiste nell’irrefrenabile esigenza di una maggiore spettacolarità ma anche nella volontà di stupire ad ogni costo: per Zemeckis il Cinema non è altro che un mezzo attraverso cui modellare e plasmare un racconto, l’evoluzione moderna della fiaba raccontata attorno ai falò (non potrebbe essere altrimenti per un uomo ossessionato dal tempo). Polar Express, prima ma non ultima favola sul Natale del regista, è però una di quelle che, viste a distanza d’anni, risultano fin troppo insistenti e frastornanti nell’ostentare le prodezze digitali di una cinepresa libera di superare inesistenti scogli fisici negli scenari, rigorosamente generati per via informatica (vedasi la scena del biglietto che vola via). Purtroppo la tecnica si rivela in questo caso ancora acerba e non garantisce il risultato sperato.

Poco interessante, nonostante l’innato fascino della natività e delle Feste, risulta la trama del film, che vede un bambino fare visita alla fabbrica di giocattoli di Babbo Natale grazie ad un magico treno (ennesima mutazione, stavolta digitale, della De Lorean). Questo primo film “di plastica” raccoglie insomma aspre critiche o al massimo tiepide accoglienze. Così, se per alcuni aspetti sarebbe semplice accodarsi al parere dei molti detrattori, meno pigramente mi permetto di evidenziare come lo stesso Spielberg sia stato influenzato o abbia direttamente beneficiato delle sperimentazioni tecnologiche di Zemeckis (Le avventure di Tintin, Il GGG), rendendo difficile credere che l’attuale rapporto tra i due sia ancora riducibile in termini maestro-discepolo. Allo stesso modo, è bello pensare che uscite eclatanti e spettacolari come Apes Revolution di Matt Reeves o Avatar di James Cameron siano almeno un poco debitrici della dedizione di Robert alla causa. Con fiuto da segugio, egli già in anticipo intuì quale sarebbe stato il futuro della Settima Arte e l’ormai poco riesumato Polar Extress è li a documentarlo.


beowulf-2007--05E se l’adulto finale di Polar Express e il pauroso (almeno per i più piccini) Monsters House (prodotto dalla ImageMovers nel 2006) lasciavano socchiusa la porta alla possibilità di vedere tale tecnica impiegata in un racconto che piacesse ad un pubblico non più giovanissimo, La leggenda di Beowulf apporta una differente declinazione al concetto di cartoon.

Anche se la stessa trasposizione del mito danese del celebre eroe vichingo non può considerarsi un successone, stiamo comunque parlando di un bel film lungi dall’essere effimero esercizio stilistico o, peggio, tecnico. Con un drastico quanto necessario miglioramento tecnologico, il regista porta in scena Ray Winstone, Anthony Hopkins, John Malkovich, Robin Wright e Angelina Jolie ancora grazie all’ingegneria informatica, regalandoci un blockbuster che trasuda tutto il talento del team che ha contribuito alla sua realizzazione. Da segnalare l’ingresso di Roger Avary (Pulp fiction) nella squadra di lavoro.

Beowulf, per quanto pochi siano coloro i quali lo ricordino con affetto, riesce a convincere grazie anche alla sua confezione narrativa incredibilmente seria e violenta (si tratta difatti del primo film d’animazione hollywoodiano concepito esclusivamente per un pubblico adulto o comunque maturo), con sangue e mostri per nulla debitori del comics 300 di Zack Snyder. Eventuali riferimenti altri sono, ormai si è intuito, da ricercare piuttosto nello stesso “corpus” del regista…

Un appunto sulla sceneggiatura a capitoli (merito del tarantiniano Avary?). La scelta di dividere il film in due atti (il primo mostra la giovinezza dell’eroe in tutta la sua spavalderia, mentre il secondo trascina sino alle più tremende gli errori giovanili dello stesso protagonista) dona al prodotto finale una certa organicità, una migliore presa di coscienza delle proprie possibilità, un’intelligenza maggiore rispetto a quanto l’arrembante e chiassoso prologo lasciasse intendere.


Image from the movie "A Christmas Carol"

© 2009 Walt Disney − All right reserved.

Più apprezzabile rispetto alla prima zuccherosa parabola festiva, l’adattamento di A Christmas Carol per Disney (che controlla ora la ImageMovers) merita una visione grazie anche al lavoro operato dal cast e in particolar modo da Jim Carrey. Zemeckis disegna i tratti di una redenzione che forse gli innumerevoli adattamenti e versioni (cinematografiche ma non solo) di Canto di Natale hanno reso un po’ banale. Nel film come nel romanzo di Dickens fanno la loro comparsa spiriti passati, presenti e futuri (ritorna il concetto di prima-durante-dopo). E l’animazione giunge finalmente alle vette qualitative degne del Nostro.

La magia del Natale, oltre a proporre il classico film buonista per famiglie, svolge come in Polar Express il ruolo di cavallo di Troia per Zemeckis, attraverso cui poter raccontare l’ennesima storia sul tempo e l’esistenza umana. La differenza con quanto lo ha precorso è labile ma sostanziale: la prospettiva non è più quella di un liceale o di una giovane scienziata a cui la vita molto sembra promettere, ma di un anziano (come Beowulf) messo di fronte agli errori incancellabili del proprio passato. È quindi l’ennesimo film sul cambiamento, sul prima-dopo: come Jodie Foster nell’iperspazio o Tom Hanks sull’isola, cosi Jim Carrey/Scrooge giungerà ad un’epifania che cambierà la sua vita morale radicalmente.


Prigionieri del tempo

Flirtando con il vecchio adagio dello schianto aereo, peraltro già perfettamente inserito in Cast Away, Zemeckis fa ritorno alla realtà nel tentativo di dimostrare a tutti di essere rimasto lo stesso grande regista dei tempi che furono. E’ il 2013.

Flight, fortunatamente per chi ha detestato gli ultimi lungometraggi, non ha nulla a che vedere con precedenti come Polar Express (e come potrebbe d’altronde?): moderato, realistico, duro, ci arriva senza mezzi termini come un pugno sul muso. Forse è il primo film squisitamente drammatico del regista dopo Cast Away. La regia è piacevolmente trattenuta ma regala la tensione di uno degli schianti aerei più memorabili della storia (realizzato, ironicamente, quasi senza l’ausilio della computer grafica).

Questo ritorno al live-action è potente ed estremamente toccante, prossimo alla statura epica del capolavoro (opinione personalissima in netto contrasto con chi definisce questo atteso dramma una lezione di catechismo). Nell’immagine del pilota che cerca di limitare i danni di un aereo che si schianta al suolo si può intuitivamente leggere la metafora stessa del protagonista, un uomo disperato alla ricerca di un atterraggio di fortuna in una vita sbandata, di cui ha sentore solo dopo essere passato attraverso il contorno indefinito di Kairo. Denzel Washington è quindi il tipico eroe del Zemeckis post-Contact, straordinario, carnoso volto dell’ennesimo racconto morale.

Sempre più raramente le tipiche storie americane di caduta e riscatto riescono a essere cosi convincenti, e il cineasta riesce a fare in modo che il suo indiscusso e indiscutibile patrimonio tecnico sia per una volta capace di “asciugarsi” senza per questo eclissarsi, facendosi largo tra le sabbie mobili delle centinaia di film mediocri con immagini ma soprattutto emozioni che rimangono impresse nella memoria. Zemeckis ha dichiarato di aver raggiunto la giusta esperienza nella direzione degli attori, e il rimettere la riuscita di Flight sulle spalle di Washington è una scelta vincente.


L’anonimato di “The Walk”

Image from the movie "The Walk"

© 2015 TriStar Pictures − All right reserved.

The Walk, nonostante l’accoglienza non negativa, è purtroppo il catalogo dei peggiori difetti del cinema del Nostro, probabilmente il suo film in assoluto peggiore. Laddove in Flight si registrava un notevole autocontrollo nell’uso dell’effetto speciale, qui l’ostentazione della profondità di campo nella lunga mezz’ora finale dedicata alla traversata delle torri raggiunge eccessi ridicoli per una storia dal finale noto (già raccontata pochi anni fa dal documentario Man on Wire). La caratterizzazione spesso monodimensionale dei co-protagonisti (aspetto su cui Spielberg ha raggiunto livelli ben piu alti) e infine una sceneggiatura vacua che stavolta (s)cade nell’imbastire lo stesso esperimento pluri-linguistico che ha contribuito alla fortuna di un film come Bastardi senza gloria, danno il colpo di grazia ad un’opera che trova il suo più grande difetto in un protagonista di plastica (inespressivo come le “bambole” di Polar Express).

Inutile rimanerci male: The Walk è una sperimentazione, e per sua stessa natura presuppone l’eventualità del fallimento. Anche la riflessione sull’azione coordinata tra tempo e personaggi non solo non raggiunge la trattazione del tema riservatale in altre occasioni, ma addirittura non esisterebbe – se non fosse per un banale epilogo che richiama all’11 settembre.


“Allied”: tra “Casablanca”, tecnologie e Steven Knight

1942 – Coniugi per conto dei servizi segreti, Max (Pitt) e Marianne (Cotillard) si conoscono sul campo di battaglia a Casablanca, con il compito fare piazza pulita all’ambasciata tedesca. La presunta impenetrabilità emotiva che i due mostrano armi alla mano è condannata a vacillare e solo un anno e un matrimonio più tardi la piccola Anna vedrà la luce. La complicità tra i due sembra imperturbabile, ma un’ombra nascosta è pronta a svelarsi in una scomoda rivelazione, la cui veridicità è ancora da accertare…

L’illusione è la base del Cinema e a Zemeckis bastano i vertiginosi primi 10 secondi di Allied – Un’ombra nascosta per dircelo. E continua su questa linea per tutto il film, dove oltre l’ovvio srotolarsi della trama si insinua la riflessione sul rapporto tra interprete e personaggio, tra autentico e calco, con il secondo che può inghiottire e fagocitare il primo. Le eclatanti abilità recitative dei due insider divengono affilate armi a doppio taglio insinuanti il dubbio che il labile confine tra percezione e realtà sia ben più concreto di quanto ipotizzato.

Il “plot twist” già abbondantemente anticipato dai vari spot tv, vale a dire il sospetto nei confronti della donna (apparentemente una spia al servizio del Terzo Reich), consente a Zemeckis di architettare una lenta prima parte a Casablanca, ricalcando Curtiz e lasciando il pubblico a caccia di indizi sulla presunta colpevolezza della Cotillard. Nella seconda lo sceneggiatore Steven Knight (Locke) gira lo sguardo verso l’Europa e il cambiamento di prospettiva è radicale: saldato il debito con la Hollywood classica viene ricostruito un mondo sommerso come ne La promessa dell’assassino, dove è ancora la famiglia (meno) tradizionale, cellula embrionale della società, a farsi immagine dei rapporti odierni, ossessionati dalla patina della finzione e dalla sovraesposizione (la coppia omosessuale). Non inganni quindi la prospettiva rétro: Allied è un film dei nostri giorni. Se da un lato solletica l’immaginazione visiva di Zemeckis e consente a Knight di cementare alcune sue peculiarità (nelle sue sceneggiature i fiocchi rosa costituiscono sempre l’occasione per una totale rottura o per una ritrovata unione, la persona amata come territorio misterioso la cui esplorazione implica l’emergere di verità nascoste), dall’altro si pone in appendice ad una serie di recenti produzioni incentrate proprio sul matrimonio, tra le quali pare impossibile non citare Gone Girl o il gioiellino Regali da uno sconosciuto.

Come Michael Curtiz così Robert Zemeckis, in verità più concentrato sul racconto “stricto sensu” che sulle sue implicazioni teoriche, arricchisce la ricetta con una regia sobria che sa quando lasciare spazio al dialogo e quando cesellare con la dovuta classe (la scena in macchina è inventiva come poche altre sequenze d’amore). E il resto lo fa la Cotillard, bellissima femme fatale che fa il verso a Ingrid Bergman e bastarda senza gloria che spedisce il compagno a dormire in terrazza.

Anche se il risultato complessivo è un film oltre la media, le pieghe irrisolte nella narrazione indicano che Allied avrebbe potuto essere qualcosa in più – si pensi soltanto all’incolore generale tedesco, pallida imitazione dell’inarrivabile ufficiale di Claude Rains. Ci si accontenta pure del finale, sebbene la palese certezza di quanto accaduto e soprattutto dei reali sentimenti della moglie tolgono un poco di fascino al mistero iniziale.


Al contrario di molti coetanei, Zemeckis non ha smesso di impugnare la cara macchina da presa e di continuare a raccontare grandi storie al suo pubblico. La sua cifra distintiva rimane la commedia, che però progressivamente si è vista sostituire dal dramma o dal racconto fantastico, con sporadiche uscite horror, e incursioni nel demenziale. Ha giustamente ignorato le critiche di giornalisti troppo smaliziati per un regista di pubblico dominio come lui. Se in Ritorno al futuro si legge agevolmente il Manifesto di un’intera carriera, è Contact ad innescare una reazione interna che perdura ancora oggi. A chi mai ha smesso di amarlo, anche di fronte a qualche esperimento sbagliato, non resta che accomodarsi a bordo della sua prossima auto o aereo per farsi catapultare o schiantare in un tempo misterioso, alla ricerca di grandi avventure d’evasione. E’ sicuro: anche scartando il prossimo cioccolatino proveremo ancora una volta lo sfizioso aroma della sorpresa. Dopo la visione di un suo film, anche il meno riuscito, in fondo avremo l’impressione di avere realmente vissuto in quella dimensione e conosciuto quei personaggi: nel nostro piccolo non saremo mai quelli di prima.


In numeri:

1964: Allarme a NY arrivano i Beatles: n.d.

La fantastica sfida: 7

All’inseguimento della pietra verde: 5

Ritorno al futuro: 9,5

Chi ha incastrato Roger Rabbit: 9

Ritorno al futuro Parte II: 8

Ritorno al futuro Parte III: 7,5

La morte ti fa bella: 5

Forrest Gump: 7

Contact: 9

Le verità nascoste: 6

Cast Away: 8,5

Polar Express: 5

La leggenda di Beowulf: 7

A Christmas Carol: 6,5

Flight: 8,5

The Walk: 5

Allied – Un’ombra nascosta: 7


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