Quasi Amici – La Recensione

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Quasi Amici (Eric Toledano, Olivier Naakcho, 2011)

Occasione persa? O successo inaspettato? |

locandinapg1 (1)“Il più visto di sempre in Francia”. “Si ride a crepapelle”. “Un’amicizia che tocca e conquista il cuore”. Riassumendo i titoli dei vari quotidiani, Quasi amici è stato il film più importante del 2012. Occorre però, come al solito quando parliamo di colpi di fulmine di tale portata, non farsi trasportare troppo dall’entusiasmo della critica e analizzare la situazione con obiettività.

Cosa hanno fatto i due autori/registi Toledano e Nakache a fare in modo che, nonostante il cast di quasi sconosciuti, il risultato finale fosse così appetibile per il grande pubblico? Molti risponderebbero con la scelta di far interpretare ad Omar Sy -ieri sconosciuto, oggi attori tra i più richiesti- il ruolo del protagonista spavaldo e irriverente. Vero in parte, tuttavia non sarebbe corretto nei confronti del resto del cast e del team omaggiare un solo elemento. E difatti, il successo di “Quasi amici” potrebbe essere visto come un semplice segno di una maturità che ha portato molti spettatori a diffidare dello stato precario in cui si ritrova la commedia di questi tempi, specialmente quella hollywoodiana che da anni fa leva sulle stesse tematiche costantemente riproposte (anche se a casa nostra le cose vanno quasi peggio), optando invece per una forma di intrattenimento che, sebbene non del tutto raffinata, vanta una propria originalità e una certa lontananza dal rassicurante canone statunitense.

Quasi amici propone un’amicizia virile a discapito dell’amore romantico e basa la storia da raccontare su eventi realmente accaduti. Ci troviamo nella lussuosa residenza di un ricco paraplegico alla ricerca di un degno badante che possa occuparsi di lui. Con improvvisi stacchi, realizziamo come l’esistenza sofferta del ricco malato sia diametralmente contrapposta alla vita di strada del senegalese Driss, uomo con una situazione familiare paragonabile a quella di milioni di altri immigrati allo sbando. E tuttavia i due potrebbero avere dei punti in comune, primo tra tutti la speranza di un futuro migliore.

Sy, il cui personaggio più di tutti gli altri viene esposto ad una rivisitazione rispetto all’uomo realmente vissuto, viene spesso utilizzato dai registi sia come saltimbanco ideale per denigrare la presunzione delle classi sociali nobili che si pretendono detentori di chissà quale cultura, sia come pretesto per azzardare qualche allusione sessuale più schietta e discorsi “da uomini” che facciano scattare la risata di massa nei teatri. Più acuto e intelligente il primo punto del secondo, che è poi quello che permette all’opera di accrescere il proprio spessore ma al tempo stesso di guadagnarsi un’ottima fama.

Purtroppo i due registi, benché capaci di tirare fuori dal cilindro un film tanto sicuro di sé dal punto di vista (melo)drammatico, non hanno saputo dare un impronta personale alla commedia, facendo sì che i loro nomi siano ad oggi difficilmente accostabili al loro fortunato film. Quella di raccontare senza troppi virtuosismi una storia di semplicità, piccole gioie quotidiane e piccoli dispiaceri, potrebbe però al tempo stesso essere una scelta dovuta al voler andare contro l’arte elitaria che viene puntualmente schernita nel film stesso. Tuttavia risulta difficile credere che i due abbiano volutamente assunto una posizione tanto controproducente per le proprie carriere: eclissarsi nel loro film più importante!?! No, sicuramente.

Per concludere non resta che notare come purtroppo rimanga nei soli, nobili intenti del film la volontà di esplorare tutto il materiale messo a disposizione dalla corposa sceneggiatura. Occasione persa? O successo inaspettato?

– I.B.

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