Pixar: Alla ricerca della perfezione

Image from the movie "Toy Story 3"
PIXAR: ALLA RICERCA DELLA PERFEZIONE

Sinonimo di qualità, eccellenza e grandi storie, la Pixar è cresciuta esponenzialmente dai tempi in cui nacque come ala informatica della LucasFilm (1979) per poi passare sotto il controllo creativo del (futuro) genio della tecnologia Steve Jobs. Alla base di ogni progetto la sognatrice rincorsa alla perfezione tecnica e narrativa, oltre al costante bisogno di mettersi in gioco ridefinendo i propri canoni. Le costanti dei loro film: animazione CGI sopraffina, grandi capacità espositive e la tematica in assoluto preferita dal gruppo, ossia il gioco di squadra tra personaggi diversissimi tra loro, essenziale per raggiungere traguardi singolarmente impensabili. Segue un breve viaggio attraverso i sedici straordinari lungometraggi dei Pixar Animation Studios.

Image from the movie "Toy Story"

© 1995 Walt Disney Pictures − All right reserved.

Toy Story

“Verso l’infinito e oltre”

Toy Story, nato dal sogno di John Lasseter di realizzare il primo film interamente animato in CGI (la Pixar aveva precedentemente realizzato dei corti, nulla più), rappresenta la svolta nel campo dell’animazione (o forse del cinema tutto) più importante della seconda metà del ventesimo secolo, costituendo la pietra miliare del film d’animazione moderno.

In una società giunta ormai sulla soglia del nuovo millennio, pronta ad accogliere il digitale (e ad abbandonare la pellicola), Toy Story rappresenta attraverso vecchi balocchi proprio una metafora della nevrotica società a cui il film si sarebbe sottoposto. Ma ancor più evidentemente il cartone è una favola sul consumismo che invita a riflettere, pur non essendo meditativo.

Non c’è sempre il tempo di pensare perché le scene si susseguono al ritmo scoppiettante e frenetico di un cartoon per bambini senza però diventare estenuante. John Lasseter deve aver compreso che in qualche modo il primo film della Pixar avrebbe dovuto soddisfare grandi e piccini. La critica ne è entusiasta, e Roger Ebert parlerà del film come di “un eccitante roller-coaster come lo era stato Chi ha incastrato Roger Rabbit? di Zemeckis e Spielberg”.

Il trionfo è però anche e soprattutto nella costruzione dei personaggi, fin da subito definiti da antitetici rapporti di coppia – un canovaccio destinato ad essere declinato in seguito in almeno una decina di occasioni. Il cowboy Woody è il personaggio più interessante, forse l’eroe per eccellenza dello studio: diventa tale solo dopo essersi trasformato nel peggior antagonista dei suoi stessi amici e dopo aver intrapreso un qualcosa che somiglia molto ad un percorso di maturazione. Buzz è invece l’emblema di quella modernità arrogante e sfacciata ma in fondo simpatica, che per dare il suo meglio richiederà l’aiuto dell’artigianalità vintage dei suoi vecchi/nuovi amici.

Su un piano più immediato la pellicola è un invito attivo per i bambini a trattare bene i propri giocattoli e, premettendo che nessun fanciullo potrà mai credere ad una fiaba tanto inverosimile, ad accontentarsi di ciò che si possiede. L’intelligenza paradossale del film consiste nell’aver rivoluzionato la storia dell’animazione usando come protagonisti dei vecchi giocattoli senza valore economico. Perché Lasseter e Co. hanno capito e dimostrato che la bellezza non consiste nel trionfo dell’estetica (quell’estetica comunque fantastica e mai vista prima), ma nel trionfo dell’anima.

A Bug’s life

“Ho solo 24 ore di vita, non le sprecherò certo qui!”

Meno conosciuto, soprattutto dai nati dopo il 2000, ma comunque meritevole di una visione è A Bug’s Life, il secondo degli esperimenti di Lasseter, coadiuvato al timone dall’esordiente Andrew Stanton. Sebbene privo dell’urgenza di Toy Story, A bug’s life segna comunque un buon punto a favore dello studio e cementa gli alti standard di lavoro dell’azienda. Infine, presenta una delle caratteristiche che più ameremo dei loro film: i buffi titoli di coda.

Toy Story 2

“Non si mette fretta all’Arte!”

Image from the movie "Toy Story 2"

© 1999 Walt Disney Pictures − All right reserved.

Toy Story 2-Woody & Buzz alla riscossa è un titolo che a prima vista ha del retorico. Quante volte infatti abbiamo sentito secondi capitoli intitolarsi “la vendetta”, “il ritorno” e così via, che tradivano miseramente l’originale? In realtà, il secondo capolavoro di John Lasseter del 1999 è un sequel potente, per quanto inizialmente fosse studiato per una modesta uscita direct to video (aspetto che lo accomuna al secondo Signore degli Anelli).

La Pixar ha infatti accettato la sfida di realizzare un seguito partendo dal presupposto di non riproporre in alcun modo cose già viste, e quindi, oltre ad un mutamento parziale (ma sostanzioso) dei personaggi, si vira verso altri generi e contesti.

Ma iniziamo con i progressi tecnici: notiamo da subito un evidente passo avanti nell’animazione digitale che si traduce in qualche squisita sottigliezza, come il riflesso degli occhi di Buzz sulla plastica trasparente della visiera o il nuovo cagnolino di Andy che sembra l’evoluzione di quello di Sid il torturatore visto nel primo film, ma anche e soprattutto nella polvere e nelle ombre.

Sotto il profilo contenutistico, Lasseter ha inserito riferimenti a tematiche sociali come l’emarginazione (pensate al pinguino Wheezy dimenticato sugli scaffali della camera per quel fischietto guasto che lo ha reso apparentemente meno amabile agli occhi di Andy e di conseguenza venduto per pochi spiccioli) e la crisi delle relazioni che hanno coinvolto sempre di più le irrequiete persone dei crepuscolari ’90.

Ancora più che nel primo capitolo, abbiamo qui presentate alcune tra le scene più belle della saga. Con ancora maggior fantasia e, più verosimilmente, grazie al progresso tecnologico, troviamo sia gag per bambini (la testata di Rex diventa immediatamente un classico) che per adulti (in particolare colpisce la trovata della stanza dei cimeli dove Woody realizzerà di essere un divo popolare). Toy Story 2 rimane non solo una delle pellicole Disney più ambiziose, ma anche una delle più intense. Si tratta, in altre parole, del sequel d’animazione più bello di tutti i tempi (almeno ai tempi della sua uscita). E alla fine, quando avrete realizzato di essere stati semplicemente bene vedendo che al pinguino è stato riparato il fischietto, capirete l’importanza delle piccole cose, quelle che diverranno parte fondamentale dei capolavori più riusciti dello studio (pensate ad Inside Out).

Monsters & Co.

– E allora io le ho detto: se mi parli un’altra volta in questo modo, tra noi è finita!

– Oh! E lei che ha detto?

– Conosci mia madre: mi ha spedito in camera mia!

MONSTERS, INC. 3DOramai non c’è partita contro i contendenti: il brand cementa la propria popolarità imponendosi al grande pubblico come lo studio d’animazione occidentale più maturo e diventa definitivamente garanzia di qualità. La Dreamworks rimane sempre due passi indietro, facendo di exploit come Shrek episodi isolati.

Nel 2001 Monsters Inc. delinea definitivamente i tre elementi cardine che, con un po’ di elasticità, potremmo considerare stabili dell’intera filmografia qui analizzata:

– il gioco di squadra/coppia, che sfocia inevitabilmente nella presa di coscienza della necessaria bellezza di essere tutti diversi
– il gioco di contrapposizione e opposti
– il ruolo preponderante delle emozioni

Il tema centrale questa volta è la paura, già presente nei primi Toy Story e in parte anche in Bug’s Life: paura in primo luogo del diverso, ma anche paura di non essere all’altezza delle proprie ambizioni. Lo fa con la consueta classe, e con una coppia di protagonisti eccezionale che non necessità di ulteriore pubblicità. Un classico moderno.

Gli Incredibili

“Non guardo mai indietro, tesoro, mi distrae dal presente”

Se alla Pixar tutti riconoscono la sopraffina conoscenza cinefila (lo dimostrano le innumerevoli citazioni più o meno nascoste nei vari film), più nello specifico a Gli Incredibili va dato atto di aver preceduto (finanche, parzialmente, definito?) le regole sul fronte cinema supereroistico – considerando che alla sua uscita spadroneggiavano gli Spider Man di Raimi e gli X-Men di Singer, ma non vi era ancora traccia degli Avengers così come li conosciamo oggi.

Gli incredibili – Una normale famiglia di supereroi è diretto per la prima volta da un artista esterno al team creativo principale, Brad Bird (che girò Il gigante di ferro per dirigere poi, oltre a Ratatouille, anche un capitolo di M:I e il più recente Tomorrowland). Debitore dei Fantastici 4, il film è un successone, sebbene si discosti parzialmente dai temi lirici sovente toccati dalla casa: si tratta a tutti gli effetti del primo action della Pixar, inserito tra le pieghe della commedia per famiglie.

Comunque sia, Gli incredibili rimane anche a distanza di tempo un prodotto molto elaborato e divertente che farà divertire un po’ tutti, costruito sulla classica formula del suo (oggi ormai saturo) genere. E se i maschietti non mancano di identificarsi con il monello Flash, agli adulti non resta che ammirare uno dei film su supereroi meglio riusciti di sempre, veloce e spiritoso.

Da qui in poi, i film che seguiranno paiono (almeno a mio giudizio) pensati per coprire uno alla volta tutti i generi possibili (dal road movie di Nemo al western de Il viaggio di Arlo): è abbandonando l’ingenuità delle solite produzioni per bambini e scendendo sul campo dei film live action, infatti, che la Pixar darà prova di poter realizzare film come quelli in carne ed ossa, meglio di quelli in carne ed ossa – tra le figure a cui la Pixar si ispira figura non a caso un certo Hayao Miyazaki.

Se i film di Walt Disney già manifestavano una sottintesa intenzionalità didattica, la necessità cioè di mostrare ai bambini anche il lato più oscuro della vita (pensiamo a Bambi o a Il re leone), la Pixar si occuperà di approfondire questa intenzione portandola di qui in avanti verso traguardi impensabili.

Image from the movie "Finding Nemo"

© 2003 Walt Disney Pictures − All right reserved.

Alla ricerca di Nemo

“I pesci sono amici, non cibo!”

Se allora Gli incredibili era la risposta di Lasseter e soci ai primi segni di vita del Marvel Cinematic Universe, Alla ricerca di Nemo è senza ombra di dubbio il road movie della Pixar.

Andrew Stanton alla sua seconda regia dopo A Bug’s Life si dimostra capace di poter ricoprire questo ruolo anche meglio del suo ben più nominato superiore, e il pubblico lo riconosce (è il secondo maggior incasso dello studio dopo il terzo TS).

Nemo vanta, ancor prima di una storia toccante e ben scritta, un approfondito studio sulle abitudini e i caratteri delle specie animali rappresentate (cosa minimamente abbozzata dal più approssimativo Shark Tale della DW). Ciò ha permesso fin da subito di individuare il materiale giusto su cui costruire i molti eventi narrati e l’aspetto psicologico dei protagonisti. Se per la maggior parte di essi si è optato per una caratterizzazione realistica (l’ansia del sedentario pesce pagliaccio), per altri si è preferito giocare al ribaltamento (gli squali vegetariani, parodia dei tipici gruppi di sostegno ad ex-tossici): forse la fama ricaduta sugli scanzonati atteggiamenti dello sbadato pesce chirurgo Dory ha messo ingiustamente in secondo piano altre creazioni più geniali.

I momenti lirici non mancano – a chi scrive è piaciuto più di tutti l’incontro tra Marlin e la vecchia tartaruga: in quel momento, come durante una rivelazione, si racchiudono mille sentimenti e verità – sebbene si avverta inequivocabilmente come il nucleo tematico rimanga il rapporto tra padre e figlio e le sue implicazioni.

In tutto e per tutto divertente, nulla impedisce a Alla ricerca di Nemo di schiudersi in un incipit caratterizzato dalla tragedia: uno spunto seminale che germoglierà definitivamente in Up. Un aspetto, quello più lirico e tragico, che la Pixar, che come in Toy Story 2 porta alla ribalta il tema dell’abbandono, non è ancora pronta a presentare con decisione al pubblico. Ci sarà tempo e modo per farlo in futuro.

Cars

“Nelle corse si può fare molto di più che vincere”

Image from the movie "Cars"

© 2006 Walt Disney Pictures − All right reserved.

Nel percorso sui generi intrapreso dalla Pixar non poteva mancare il film sportivo. Le automobili piacciono a Lasseter (ideatore e regista del progetto), ma piacciono soprattutto ai bambini. Il concepimento di Cars, va detto, non è dei più originali, ma la creatività espressa negli elementi e negli spunti visivi che ruotano attorno ad un prevedibile racconto di redenzione è molto evidente.

Si coglie inoltre più di un tema in comune con i precedenti film: la famiglia allargata, l’amicizia (Saetta e Carl sono, sebbene non ce ne si accorga, una copia di Marlin e Dory, di Buzz e Woody, di Sully e Mike), l’Altro, il viaggio come scoperta di se stessi.

Cars è promosso da una campagna mediatica martellante, e il merchandising è un successo. A tal punto che vien da chiedersi come alla Disney non sia mai passata per la testa l’idea di realizzare un film sul mondo delle macchine sportive prima.

Non è comunque uno dei punti più alti della formidabile filmografia della Pixar, forse perché il soggetto non pare dei più ricercati e i personaggi, pur simpatici, non hanno il cuore e la complessità di un Woody o un Marlin.

Image from the movie ""

© − All right reserved.

Ratatouille

“Il cibo trova sempre coloro che amano cucinare!”

Nel 2007, dopo una tormentata fase produttiva durata per oltre un lustro, arriva il turno di Remy e il suo Ratatouille: una scommessa che la Pixar stravince. I personaggi stavolta paiono più azzardati rispetto ad “animaletti e macchinine” di più immediata simpatia. E la missione sottesa alla trama rischia di risultare una metaforica e significativa favola più adatta ad un pubblico cresciutello.

E’ indubbiamente il film manifesto dello studio, Ratatouille: nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale -ammonisce il critico culinario Anton Ego in uno dei più grandi monologhi della Storia del Cinema.
È in quella semplice porzione di verdure, accuratamente disposte su un piatto, che si racchiude un segreto che la stessa Pixar culla da decenni: quello di portare il pubblico allo stupore con il gusto genuino dei buoni prodotti. Senza che se ne noti la sofisticata realizzazione, promossa da un insospettabile deus ex machina – in cui gli animatori devono essersi particolarmente identificati – Remy si trasforma in un impronosticabile artista.

Insomma, una vera e propria dichiarazione d’intenti: in fondo la parabola del toporagno di fogna è la metaforica trasposizione su schermo di ciò che nella realtà hanno vissuto quel gruppo di animatori sconosciuti che un giorno, riunitisi, decisero che insieme avrebbero potuto dare molto all’animazione, e, osiamo, ancor di più all’Arte. Sono quelle genuine e sincere le pietanze migliori, il cui gusto è autentico e carico di significati: insomma, il film perfetto.

E quando la sfida di allontanarsi una volta per tutte dai gusti dei soli piccini, pur rimanendo ancorati ad una forma di intrattenimento genuinamente apprezzabile da chiunque, pare già trionfalmente vinta, WALL.E sposta l’asticella più in alto proponendosi il compito di portare in scena il 2001 dell’animazione. Quindi, dato come evidente il fatto che la sceneggiatura di Ratatouille risulti la più fine di tutta la storia dello studio (raggiunta in seguito dal solo TS3), WALL.E tocca vette siderali in termini di racconto per immagini.

WALL.E

“Io non voglio sopravvivere, io voglio vivere!”

Image from the movie "WALL·E"

© 2008 Walt Disney Pictures − All right reserved.

Kubrick ha trovato in Odissea nello spazio il suo apice in termini di impronta nella cultura di massa, al contrario WALL.E racchiudeva in sé tutti i possibili elementi del fallimento commerciale. Praticamente muto, questo autentico capolavoro di fantascienza (a proposito, ecco l’ennesimo gemere trattato dalla casa) procede per sole immagini, sfoderando un talento narrativo senza precedenti (oltre a toccare vette tecniche astrali).

Diretto dallo Stanton di Nemo, WALL.E replica 2001 nella sua natura di viaggio iniziatico, diretto tra l’altro verso un destino simile a quello dell’astronauta di Kubrick: l’uomo nuovo. L’emblema dello Star-child (su cui si è scritto e detto di tutto) viene semplificato ma non certo banalizzato dalla Pixar, la quale, declinando l’annosa questione ecologica sollevata dal recente impatto climatico della CO2 in una cornice che descrive l’insormontabile nullafacenza della società digitale, conduce l’umanità tutta verso una presa di posizione categorica: tornare alle proprie origini – come suggeriscono anche i simpatici titoli di coda – in un benefico (eterno) ritorno a casa. Il finale, oggettivamente utopico, rivela come in Ratatouille la natura parabolica sottesa alla pellicola.

Come nel film di Bird poi, è sotto le mentite spoglie di un essere come tanti (il nostro è uno dei tanti robot uguali tra loro programmati per ripulire l’ormai disabitato pianeta, il cui aspetto è simile ad una creatura di quelle viste nella locanda di Star Wars) che si cela la possibilità di realizzare le più grandi imprese. Un tema tipico già della Disney (e del cinema americano in genere), che pare tuttavia caricarsi di echi quasi spielberghiani, laddove l’Altro (il protagonista in questo caso) è sinonimo di integrità morale o addirittura portatore di epifanie (la piantina).

Potremmo analizzare il protagonista in ulteriori aspetti, a partire dalla fusione affettiva tra vecchio e nuovo (Eve) sinonimo della necessità di individuare cosa c’è di buono in questo e in quello (sull’onda lunga di Toy Story). Ma non avrebbe poi senso, dal momento che nel simpatico droide lo spettatore di sensibilità diverse potrà leggervi significati diversi. Dopo aver creato diverse tendenze all’interno del mondo dell’animazione digitale, non possiamo che augurarci che il film sia almeno in parte profetico anche nel suo felice epilogo.

Ulteriore aspetto suscettibile di annotazione è la love story tra i protagonisti: sebbene in altre occasioni l’amore avesse già fatto capolino nei loro film è con WALL.E che assume il ruolo di fulcro stesso del racconto, pur rimanendo fermamente ancorato all’impossibilità di un vero e proprio contatto fisico, concesso solo poi dalla carnalità del successivo lungometraggio.

Up

“Alla fine non era altro che una casa”

Image from the movie "Up"

© 2009 Walt Disney Pictures − All right reserved.

E per una storia che finisce bene un’altra inizia male. Up di Pete Docter si apre con il noto incipit crepuscolare che descrive la devastante malinconia dell’invecchiamento, caso pressoché unico nella storia dell’animazione per famiglie. Sebbene crudele, il tempo custodisce per il burbero protagonista il dono di realizzare quel sogno che la vita gli aveva sempre negato. Mostrando in pochi minuti il resoconto di due vite unite in un matrimonio senza figli, la Pixar osa questa volta sul campo delle tematiche, finanche troppo evanescenti per un pubblico di giovanissimi.

Up è finora l’unico film Pixar ad aver dato il proprio meglio nelle prime battute, che, riprendendo da WALL.E la straordinaria qualità di saper raccontare senza l’uso di parole processi ed eventi, riassumono la malinconica esistenza di Carl (e della compianta moglie Ellie). Infatti, meno memorabile (almeno rispetto alle idee dei due precedenti film di cui si è parlato) risulta la vicenda nel suo complesso, complici le scelte di personaggi secondari non sempre felicissime (i cani parlanti, il villain…). Gli stessi protagonisti, empatici quanto basta, risultano più canonici rispetto al simpatico roditore e all’ingegnoso pulitore dei precedenti episodi.

In ogni caso un film così gli altri studi d’animazione se li sognano, tanto è vero che la che la Dreamworks, sempre pronta a mettersi a ruota della Pixar con esperimenti già testati da Lasseter e Co. (si pensi al rapporto consequenziale che vige tra Nemo/Shark Tale o Cars/Turbo o A Bug’s life/Z la formica) non ha provato a replicare al guanto di sfida lanciato da Docter. L’iconica casa del film si impone immediatamente nella cultura di massa diventando l’anima stessa del film.

Image from the movie "Toy Story 3"

© 2010 Walt Disney Pictures − All right reserved.

Toy Story 3

“Preparatevi tutti, avete un appuntamento di giochi col destino”

Il 2010 è l’anno del terzo Toy Story, che sfonda il muro del miliardo di incasso.
La convinzione che la saga avesse ancora molto da dire non era dire il vero avvertita da chiunque, ma qualunque pregiudizio aleggiasse intorno alla realizzazione del terzo episodio viene spazzato via immediatamente dal prodigioso colpo regalatoci dai maghi di Lasseter. Contaminazione di vecchio e nuovo per eccellenza, Toy Story si attiene ai suoi dogmi e alle vecchie conoscenze ne affianca di nuove, mai come in questo caso azzeccate (su tutti svetta l’orsacchiotto di fragola Lotso).

Cercare di riportare in auge una serie vecchia di oltre un decennio pareva azzardato: con qualche forzatura possiamo individuare nella saga del Padrino una situazione potenzialmente similare, quando Coppola non seppe dare alla terza parte, giunta molti anni dopo la seconda, il fascino e l’epicità delle prime due epopee. Non solo il pericolo citato nel caso pixariano rimane potenziale, ma Toy Story 3 supera addirittura qualsiasi umana aspettativa.

Dietro alla commedia della miglior qualità, Lee Unkrich arricchisce la narrazione con continue incursioni nei generi più disparati, dal western all’horror, mentre tiene ancora banco il timore dell’abbandono, quella paura ancestrale che in fondo da bambini si celava in ognuno di noi. Anche i primi capitoli anticipavano questo timore esistenziale, ma nessuno lo aveva preso in seria considerazione come oggi.

Di più: Andy diventa finalmente un personaggio a tutto tondo e non più un espediente narrativo, sganciato dal capriccioso bamboccio dei film precedenti è ora un young adult pervaso dalla malinconia. E che dire dell’ormai arcinoto commiato finale? Se Up aveva commosso le platee appena una manciata di secondi dal titolo di testa, dopo più di 250 minuti (e 15 anni) in compagnia di Buzz Lightyear e Woody la loro separazione da Andy non può che rasentare il più lacerante degli epiloghi possibili in un film per famiglie. Un addio rimandato, ma che prima o poi si sarebbe necessariamente dovuto consumare: nel cielo azzurro che riprende i disegni delle nuvole della cameretta di Andy, Unkrich cela un sottintesa metafora: anche i giocattoli sono cresciuti, il loro universo non è più circoscritto ad una camera da letto ma al mondo intero.

TS3 è un prezioso capolavoro cinematografico che si potrebbe decantare per ore, in cui ogni scena costituisce una miniera inesauribile di gag, citazioni, riferimenti, trovate, sottigliezze. Se dovessimo scegliere l’apice tout court dello studio, non esiteremmo a insignire Toy Story 3 del titolo di “Pixar’s Greatest Movie Ever”.

Ribelle – The Brave

“Io gareggerò per ottenere la mia mano!”

Anch’esso inserito in quel percorso tra i generi di cui sopra, Ribelle – The Brave rilegge i classici di Walt Disney in chiave moderna aggiornandone la figura centrale, quella della principessa. Femminista fino al midollo (e per la prima volta co-diretta da una un volto femminile), la fiaba mostra una guerriera emancipata in stile Principessa Mononoke che non ha bisogno di ragazzi protettori che la desiderino (sebbene non rinunci alla mamma). Ancora una volta la Pixar anticipa tutti, compreso il gemello Frozen, fin troppo simile all’opera in questione – e, manco a dirlo, di gran lunga meno raffinato nell’estetica.

Ormai non ci sono più ragazze di un tempo, annoiate e pronta a gettarsi tra le braccia del primo bellimbusto a cavallo: liberata da un’iconografia che i nostri tempi paiono non reggere più, Merida impugna arco e frecce senza troppo fantasticare sulle smancerie dell’amore.

Viste le premesse, di netto superiori al coevo Rapunzel, dispiace che il buon svolgimento venga mozzato da un finale troppo affrettato e poco coraggioso che mitiga l’entusiasmo. Ci si consola con una ritrovata qualità estetica e una serie di divertenti siparietti. Nessun dubbio poi sul fatto che, 8 anni dopo Gli incredibili, il tema della famiglia tradizionale torni prepotentemente alla ribalta.

Cars 2

“Se gli altri non ti prendono sul serio, sono loro che devono cambiare, non tu”

I sequel di Toy Story raggiungono e superano l’originale. Cars, ainoi, non vanta la stessa fortuna. Il secondo, diretto la Lasseter, è infatti un goliardico cartoon pensato per un pubblico di piccolissimi, senza particolari guizzi in sede di sceneggiatura e regia e con un’animazione meno ricercata del solito.

I demeriti del film sono stati comunque ingigantiti dal fatto che pochi hanno compreso come il secondo episodio fosse in realtà l’ennesima parodia delle spy story, riprendendo una tendenza molto diffusa negli ultime stagioni – a riprova del fatto che alla Pixar di cinema ne sanno “che ne basta la metà”. Johnny English, Get Smart, Spy e chi più ne ha più ne metta hanno difatti invaso le sale cinematografiche. Come nel caso de Gli incredibili, la Pixar ha risposto a tale input in modo pressoché immediato, sebbene tale intenzionalità rischi di diventare latente rispetto allo scarso vigore dell’opera nel suo complesso.

Da fieri italiani dispiace poi che si sia scelto di stereotipare proprio il personaggio del nostro Paese, scelta che, sebbene contrasti con le precedenti creazioni dello studio (sfumate e tese ad una completa demolizione del cliché), risulta giustificata laddove il film venga ancora valutato in chiave parodistica.

Monsters University

“Tu non fai paura, ma non hai paura di niente!”

Facile, come al solito, trovare gli scettici circa il valore dei prequel, o, più in generale, dei seguiti. Tuttavia il lavoro dell’esordiente regista Dan Scanlon, per quanto frenato da una tiepida accoglienza, non nasce da un’esigenza commerciale o dalle indicazioni di una qualche indagine di merchandising, tanto meno da un improvviso calo di fantasia negli studi Pixar: Monsters University è a tutti gli effetti un film ispirato, sostenuto da un ritmo vivace e che non dà mai l’impressione di svilupparsi in modo banale.

La storia inizialmente spegne le attenzione sulle dinamiche della coppia Mike-Sulley e si concentra sul personaggio più iconico e amato dal pubblico. Mike Wazowski è uno di noi, di coloro i quali non sono e non possono essere gli eroi popolari che tutti celebrano o sognano essere – ruolo che nel film rivestono prima Sulley e poi i ragazzi dello stellare team “ROR”. Tutto ciò però, non implica la sconfitta dell’uomo, pardon mostro, qualunque: il messaggio di University ha come obiettivo ancora una volta quello di celebrare la diversità, di scoprire il meglio che c’è in ognuno di noi (persino il viscido Randall dimostra di avere un cuore, almeno all’inizio) per fare in modo che la società in cui viviamo sia migliore. Tutti i personaggi, in effetti, mostrano dei pregi fisici, ma anche degli evidenti difetti per i quali sono necessarie le doti di altri compagni (chi è agile ma buffo; altri con i denti affilati ma impacciati nei movimenti). Volendo guardare più in profondità, il film cerca una risposta ad una domanda più complessa e articolata: esiste per tutti un posto nel mondo? La risposta è obbligatoriamente democratica, lo sapevamo già in partenza, ma comunque consolatoria.

Oltre a questi spunti più disneyani che pixariani, con Monsters University si ride di gusto, ed è questa la cosa più importante. L’atmosfera malinconica che bagna fino all’orlo il cortometraggio “The Blue Umbrella” che al cinema precede il film cede il passo ad un’animazione piacevole in pieno stile Pixar, che vuole divertirsi e divertirci con un prodotto un tantino meno riflessivo dei vari WALL.E e Up. Degno di nota è comunque il punto messo in luce da Marianna Cappi, secondo cui: “dal filosofico e tenero incontro/scontro tra il mondo dei mostri e quello dei bambini, attraverso la porta del destino, a quello goliardico e avventuroso del college movie tinto di fantasy, di buon umorismo e di una goccia di retorica (la porta, infatti, non è più la soglia della conoscenza con l’Altro, ma l’elemento di un proverbio per cui, quando si chiude un’opportunità, se ne apre un’altra)”.

Se qualche genitore avrà sperato che i figli, ammaliati dalla bellezza del campus in cui è ambientata la gran parte del film, sarebbero tornati a scuola con lo stesso sorriso di Mike stampato sui denti ha preteso un po’ troppo, ma il film indiscutibilmente li farà uscire dal cinema soddisfatti e divertiti. Come voi, del resto.

inside-out

Inside Out

“Ottimo, oggi non siamo morti! Lo considero un successo senza paragoni!”

Era oggettivamente intollerabile che, al netto dei loro ultimi tre film, qualche critico già parlasse della Pixar come di una casa oramai in procinto di essere raggiunta (qualcuno azzardava pronunciare la parola “sorpasso”) dai lavori della rivale DreamWorks. Ma d’altra parte l’inutile sequel di Cars e il pigro Ribelle poco si addicevano agli standard di chi aveva saputo dar vita a opere epocali come Ratatouille e Wall-E. Per ritornare alle vette del loro inimitabile cinema è stato sufficiente soffermarsi su ciò che ha reso memorabile la loro filmografia: le emozioni.

L’esuberante Gioia è la prima che conosce la neonata Riley (è situata in un “quartier generale” con tanto di console all’interno del cervello), e sogna di trascorrervi una vita all’insegna dell’imperitura felicità. Con la crescita scoprirà invece che, come Riley nella vita deve imparare a relazionarsi con altri, anche lei dovrà convivere con le altre emozioni: Disgusto, Tristezza, Paura e il vulcanico Rabbia. Aggiungere altro, spiegare i meccanismi che poi Inside Out descrive, sarebbe antipatico e toglierebbe il piacere di scoprire le geniali idee che hanno mosso il film.

Nel cinema di Lasseter, Bird, Unkrich e Docter, le emozioni non sono mai mancate, diciamocelo, solo che in questo film sono loro stesse in prima persona a dover ricreare quell’alchimia perfetta tra storia e sentimento che Cars 2 e Brave avevano completamente ignorato: quel piacere che si prova nel sedersi su una poltrona e lasciarsi semplicemente stupire.

Inside Out ha un impatto folgorante perché mantiene lo standard qualitativo dell’ultimo Toy Story ma parte da un’idea completamente nuova, che se all’inizio un po’ (legittimamente) spaventa con lo scorrere del minutaggio si rivela sempre più stimolante e coinvolgente. Impossibile non trovare almeno qualcosa di “nostro” nel film: il modo sbalorditivo e divertente con cui descrive i nostri insensati sogni (geniale l’idea del distorsore della realtà), oppure come riesce a passare dal luminoso “quartier generale” all’oscurità della valle dei ricordi oramai accantonati e dimenticati mantenendo una coerenza espressiva e contenutistica. L’impresa di Gioia si rivela spettacolare, ma ancora una volta la Pixar riesce a fare le cose migliori quando racconta il semplice, l’apparentemente piccolo o il poco importante. Se escludiamo gli ultimi tre film Pixar di cui sopra, sempre di più vediamo le menti della factory di Lasseter confrontarsi con le emozioni derivanti dagli eventi più piccoli, dal semplice piacere nell’assaggiare un piatto d’alta cucina alla devastante malinconia di una vita che vola via come un palloncino. Pete Docter, che aveva diretto Monsters & Co (e si vede nel come inscena la fabbrica dei sogni), infonde un divertimento incontrollabile nella sua narrazione pur all’interno di un contesto estremamente malinconico (dove, scopriremo, la malinconia è il frutto della preziosa collaborazione tra Gioia e Tristezza).

E’, in fondo, la qualità migliore della Pixar quella di emozionare, e vedere all’opera i segreti della mente sotto forma di personaggi in maniera così dettagliata provoca un immenso stupore. Inside Out non ha necessitato di una storia nuova da raccontare (almeno per quanto riguarda l'”out”) per farlo, perché è la quotidianità che attraverso i più insignificanti episodi crea quelle condizioni per guardare la vita con lo stupore della scoperta. Si può ridere e piangere, guardando il film. Si può ricordare e poi a volte dimenticare. Commuoversi di fronte ad un elefantino rosa immaginario che si dissolve e ricordarsi di quella qualità che da grandi si perde: l’immaginazione.

Inventivo e stupefacente, geniale ma semplice, intenso e malinconico, Inside Out celebra la vita da una prospettiva soggettiva: un altro intrigante capolavoro.

Il viaggio di Arlo

“Vedi, a volte devi superare le tue paure, per riuscire a vedere la bellezza che ti circonda”

Image from the movie ""

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E per finire, eccoci arrivati a Il viaggi di Arlo, da noi in Italia passato sotto silenzio a causa presumibilmente del polverone mediatico suscitato all’indomani dell’uscita di Inside Out. Il film esce infatti a soli tre mesi di distanza dal film di Docter, rivelandosi essere un episodio minore. Per quanto realizzato con dovizia di mezzi e l’abituale perfezione tecnica, Arlo è essenzialmente un road movie/western dedicato alle nuovissime generazioni, le quali, come tutti i piccini (e anche qualche adulto, tra i quali in prima persona mi annovero), di dinosauri non sembrano averne mai abbastanza.

Se qualche situazione originale il film la regala (nei primi minuti si respira aria da film western), il rapporto tra i protagonisti sembra già visto altre volte (“i dinosauri parlano, gli umani no” è lo stesso espediente di Monsters Inc.) e persino i T-Rex pastori, per quanto simpatici, sembrano soltanto una copia aggiornata degli squali di Nemo. Non di per sé un passo falso, Il viaggio di Arlo non è comunque in grado di entrare nell’immaginario collettivo, e nel pantheon dei film Pixar parzialmente sfigura.


In attesa di Alla ricerca di Dory, che conferma il preoccupante trend di sequel e prequel che ha intaccato pure la geniale lampadina Luxo, a chi scrive piacerebbe aver fornito una trattazione completa e puntuale sull’argomento. Sapendo di non esserci riuscito, mi consolo allora con la convinzione che in fondo quello della Pixar, esilarante e lirico, sia nonostante una certa reiterazione di temi e messaggi, un Cinema di volta in volta mutevole, impossibile da categorizzare e, se non altro, passabile di analisi a più facce (tecnologiche, narrative, strutturali, tematiche ecc).

È forse proprio in quella miscela di sentimento tracotante e perfezione tecnica che si è venuto a formare quell’incantesimo che ancora tiene tutti noi incollati allo schermo. Con loro e grazie a loro abbiamo vissuto avventure incredibili, alla ricerca di un’emozione dentro di noi e fuori di noi, guardato il mondo dall’alto di una nuvola, da un buco della serratura, attraverso personaggi che si differenziano pochissimo da ciò che siamo. Auguriamoci solo che la luce di quella bajour non si spenga mai, che continui a illuminare la nostra mente e il nostro cuore.

I.B.

PAGELLINA

Toy Story (id, 1995) – 10

A bug’s life – Megaminimondo (A bug’s life, 1998) – 7,5

Toy Story 2 – Woody e Buzz alla riscossa (Toy Story 2, 1999) – 9,5

Monsters & Co. (Monsters, Inc., 2001) – 9

Alla ricerca di Nemo (Finding Nemo, 2003) – 7,5

Gli Incredibili – Una normale famiglia di supereroi (The Incredibles, 2004) – 7

Cars – Motori ruggenti (Cars, 2006) – 6,5

Ratatouille (id, 2007) – 10 cum laude

Wall-E (id, 2008) – 10 cum laude

Up (id, 2009) – 8

Toy Story 3 – La grande fuga (Toy Story 3, 2010) – 10 cum laude

Cars 2 (id, 2011) – 5

Ribelle (The Brave, 2012) – 6

Monsters University (id, 2013) – 8

Inside Out (id, 2015) – 9

Il viaggio di Arlo (id, 2015) – 5,5

Alla ricerca di Dory (id, 2016) – 5

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