Noah – La Recensione

Image from the movie "Noah"
Noah (Darren Aronofsky, 2013)

Aronofsky cerca di conciliare le due anime del film, riuscendo a regalarci un Noè uomo tormentato e profondamente umano, capace da solo di salvare un film in alcuni passaggi improponibile |

231Quando Aronofsky decise di trasporre i noti passi biblici della Genesi era ancora un bambino di 13 anni. Ma la storia del patriarca (che Darren ha sempre descritto come “il primo ecologista” e il “primo ubriaco”) che aveva salvato gli animali dal Diluvio lo aveva conquistato, portandolo a confrontarsi con una delle personalità insieme più potenti e sconosciute dell’Antico Testamento. Il “sì” con il quale la Paramount ha concesso ad Aronofsky di girare il film con a disposizione un budget di 125 milioni di dollari non aveva però previsto le immense difficoltà della produzione. La storia vuole che il regista abbia faticato ad ottenere il via libera per quanto riguarda il director’s cut del film, dopo un testa a testa con la dirigenza quasi spietato. I “test screening” dai risultati imbarazzanti, l’assenza di animali sul set, le polemiche portate avanti dai rappresentanti delle varie confessioni e lo sforamento del budget hanno fatto il resto.

Ma per realizzare il suo film Aronofsky ha dovuto soprattutto mediare tra due mondi cinematografici incongruenti e forse inconciliabili: il blockbuster e il cinema d’autore. I film dai grandi effetti speciali, del catastrofismo e dell’action poco si addicono ad un regista come Darren, che non è Peter Jackson e si vede, soprattutto quando nel tentativo di trasformare creature angeliche in masse di pietra e fango (elementi naturali, quindi, che da un punto di vista ideologico aiutano a comprendere l’umiliazione subita da questi esseri spirituali in seguito al loro peccato) finisce per ridicolizzare la prima mezz’ora (imbarazzante) del film. Dall’altro lato, come si diceva, Aronofsky riesce a fare in modo che in Noah rimanga (e forse prevalga, soprattutto nella parte centrale del film) una forte impronta autoriale. Solo i grandi sanno declinare i caratteri dei personaggi già noti alle loro esigenze. Per fare questo con Noè, Aronofsky ha dato una rilettura dei passi biblici della Genesi falsata (ma mai romanzata) pescando a piene mani dalle note dei libri apocrifi e dalla sua debordante inventiva. Più di tutto però, Aronofsky ha preferito esplicitare ciò che i testi sacri non ci dicono: aggiunge molto, è vero, ma gran parte dei cambiamenti sono stati comunque studiati in funzione di riportare la storia incredibile di una famiglia credibile, che rischia di spaccarsi, frantumarsi ed essere sopraffatta dalla prova (“Ti ho perdonato anche se hai ucciso tutti quegli uomini!”). In questa ottica, poco importa se a Noè viene riservata la stessa prova superata da Abramo con il figlioletto Isacco, o se in preda al furore giovanile Cam sia stato conquistato dal mondo degli uomini.

Naturalmente un’operazione di questo tipo, lo si sapeva già in partenza, avrebbe provocato un diluvio mediatico. Molti tra i credenti si sono ritenuti offesi, vedendo il film. Confrontare la sceneggiatura di Ari Handel con il testo sacro è in effetti un’operazione stuzzicante, in un certo senso una pratica quasi d’obbligo in casi come questo, ma ingannevole. In Genesi traspare chiaramente come Noè abbia cercato di convincere l’umanità, incredule e corrotta, della pena che le sarebbe stata inflitta, finendo per essere amaramente deriso dalla comunità in cui viveva. In Noah invece, il nipote di Matusalemme uccide chiunque si avvicini all’arca, non tanto come semplice pretesto su cui costruire un’epica fantasy fatta di eroi e cattivi, quanto più per toccare alcuni dei temi cardine del cinema di Aronofsky. Noè, le cui paure e incertezze ci vengono confermate dalla scena finale dell’ubriacatura, altro non sarebbe che l’ennesimo eroe tormentato della filmografia del regista, un uomo a cui ad un certo momento del film non sfuggono interrogativi esistenziali che esigono una risposta. Cosa abbiamo più degli altri per essere considerati buoni? Fino a che punto il castigo di Dio giustifica i crimini contro altri uomini? Che cosa ci chiede Dio? Come è possibile interpretare il Suo Volere? E il grosso del film verte su questi punti, in particolare quando dai giganti quasi comici -se non fosse che il loro ritorno al Padre è un momento estremamente serio- la cinepresa di Aronofsky innesca un montaggio frenetico e lentamente ci porta nei bassifondi del Male umano, in un villaggio dove gli uomini danno prova di essere “degni” della nomina di discendenti di Caino. A questo punto il regista stupisce con due scene: il tentativo di Tubal Cain (Ray Winstone) di cercare Dio in una preghiera che non viene esaudita perché “malata” (ma che rende bene l’idea di come ogni uomo, in fondo, cerchi qualcosa di più alto), e il momento in cui nella fretta del caso Noè deve sacrificare la moglie scelta da Cam (Logan Lerman) abbandonandola ad una morte certa. In un altro montaggio agghiacciante (sonoro questa volta) le urla degli uomini che annegano arrivano fino nell’arca, dove Noè ci spiega che non può salvarli perché “Lui ha volto così!”. Si tratta di materia oscura, se vogliamo, incomprensibile per chi non conosce l’Antico Testamento, con un livello di immersione psicologica che stride costantemente con la presenza invadente delle creature mitologiche (alcuni passaggi sono onestamente improponibili).

In una scena che si presterà alle vostre discussioni post visione, Noè racconta la storia della Creazione mentre un montaggio serrato ci mostra centinaia di esseri viventi computerizzati nel giro di pochi minuti, tutti splendidamente animati dalla Industrial Light and Magic di George Lucas. Immagini che ci dicono quanto Noah sia ambizioso e sicuro delle proprie potenzialità. Forse però, nel suo volere dire troppo, cade in contraddizione con le sue stesse premesse. Insoddisfatti i puristi e gli amanti dell’azione pura, la fetta di pubblico esclusa dalla precedente statistica è minima.

Alla fine, memorizzando il finale, il ricordo che si ha di questo film è doppio: è un film capace di dividere, far litigare, stupire per la sua complessità nei temi e nell’immaginazione. Sotto altri aspetti è invece povero, limitato, fuori luogo, squilibrato. Una doppia vita che trova nel finale un’estrema e incolmabile divisione: il divino potere rassicurante dell’arcobaleno da una parte, tutto il dolore di un padre a cui non verrà mai concesso il perdono dall’altra.

– I.B.

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One comment

  • Mi aspettavo che uscisse anche Godzilla dalla giungla o KingKong ma mi sono dovuto “accontentare” degli angeli caduti dal cielo in versione Transformers, mixati col gigante di pietra che abbiamo apprezzato in vari film, a cominciare dalla Storia Infinita.
    Inoltre, vorrei proprio conoscere il “trovarobe” che ha collaborato al film che si merita il mio plauso per aver procurato alcuni oggetti di scena davvero “credibili”.
    Una menzione speciale va al pugnale di Noah; neppure Schwarzenegger ne aveva uno così in Commando.
    Una seconda è per la trovata delle “onduline metalliche”, per lo più utilizzate in campo edilizio per le coperture. Evidentemente anche ai tempi di Noah erano in uso, in questo caso le abbiamo viste utilizzare come scudi branditi per mano dei rivoltosi durante l’attacco a Noah e alla sua arca.

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