Monuments Men – La Recensione

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Monuments Men (George Clooney, 2014)

Un soporifero sguardo alla Guerra Mondiale vista attraverso gli occhi di chi in Normandia ci arrivava molto dopo i noti eventi bellici |

monuments men posterAnonima quanto inattaccabile, la regia di Clooney si è nel corso degli ultimi anni nascosta troppo spesso dietro a facili e didascaliche opere, riuscite a metà proprie per l’incapacità di osare dell’attore quando questi è chiamato a dirigere i suoi lavori. Alle prese con un altro film dal cast straripante (come nel precedente Le idi di marzo), Clooney deve arrendersi ad un flop senza precedenti nella sua carriera di film maker. Cerchiamo di capirne il motivo.

Monuments Men si presentava come una sorta di Ocean’s ambientato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, seguendo un gruppetto di esperti in arte addestrati (ma quanto poi?) per recuperare i beni storici finiti nel mirino del regime nazista.

Il film vorrebbe ricordare non solo le avventure della trilogia di Soderbergh: nel mostrare le imprese di un ristretto gruppo di uomini molto diversi tra loro ma uniti da un obiettivo comune si possono notare analogie anche con il Munich di Spielberg, miscelata con il caustico divertimento alla Indiana Jones. Purtroppo ne esce fuori un ibrido, che esteticamente pecca trasformandosi in una sorta di imbarazzante telenovela da prima serata.

Dove il film scade davvero è però nel suo messaggio. Clooney cerca di gestire una materia non facile, aprendo un dibattito su quanto valga realmente sacrificare delle vite per preservare il passato di una civiltà. La risposta dataci è però frettolosa e poco convincente (affidata ad un discorso via radio dello stesso Clooney che nessun elemento del gruppo osa contestare), e naturalmente…è un “sì” convinto. Senza dubbi o rimorsi, quindi, si prosegue per tutto il film su una linea ben precisa: salvare quadri e perdere vite. Nessun incontro con la morte spinge i personaggi a farsi delle domande, a tornare sui propri passi o riflettere su quanto di sbagliato ci possa essere nei loro principi. A conti fatti, quindi, la sensazione di venire raggirati da una macchinazione poco sincera è legittima: difficile credere che il pubblico possa trovare empatia con quanto affermato.

La debolezza del film è poi accentuata da una mal scritta sceneggiatura (vuoi per mancanza di dialoghi incisivi vuoi per la svogliatezza del cast nessuna scena rimane impressa), che riesce nella non facile impresa di annullare le potenzialità del cast e rendere vano persino l’esperimento registico impostato su una visione della guerra prettamente ironica e per nulla drammatica (incalzata dai motivetti di un qui deludente Alexandre Desplat, il quale ricalca lo spartito del John Williams di War Horse senza risultare incisivo quanto il suo maestro). Dove la maggior parte dei film guarda agli orrori dei regimi totalitari che annientano libertà individuali e culture popolari puntando l’obiettivo su momenti e luoghi iconici dei conflitti mondiali del secolo scorso (o prestando attenzione alla perdita dell’infanzia, ma questa è virtù dei pochi Spielberg, Eastwood, Malick…), il film di Clooney vorrebbe pretenziosamente inserirsi come semisconosciuta vicenda parallela a quelle straripanti d’azione che il cinema ama raccontare: una storia che ha luogo in tempi in cui la vera Storia si faceva altrove. E dato che i Monuments, presentando componenti decisamente inadatti a confrontarsi con il fuoco nemico in campo aperto, arrivano in luoghi iconici solo dopo che i fatti a noi noti si sono verificati (il soporifero sbarco in Normandia dei nostri non può non far pensare a storie più avvincenti come quella del Ryan spielberghiano), il film non presenta mai momenti preziosi e alla lunga il ritmo ne risente. In un primo momento l’approccio originale alla guerra crea interesse -se si ignora l’accento francese di una Cate Blanchett decisamente sotto le aspettative- ma alla lunga persino le missioni dei nostri perdono di compattezza, di realismo. Tutti i membri del cast non convincono (Matt Damon, per citarne uno, fatica a non fare a cazzotti come nei suoi film più celebri), l’azione non arriva mai e, come se non bastasse, nessun ostacolo incontra i nostri nella noiosa strada che conduce ai titoli di coda. Difetti che tutto sommato potrebbe avere un’opera prima o un film di un mestierante. Stupisce dunque che ciò riguardi ormai anche un autore prolifico e comunque abile come George Clooney, e dispiace.

-I.B.

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