Moneyball – La Recensione

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L’Arte di vincere – Moneyball (2011)

Un approccio nuovo al mondo dello sport |

BILL MONEYBALL ita]A differenza di quasi tutti gli altri film sportivi americani come Ogni maledetta domenica o Friday Night Lights, questo piccolo ed elegante film si concentra non sui campioni che sudano sul campo da gioco bensì sulle spesso contestate dirigenze di club minori che di stagione in stagione cercano di costruire squadre competitive per far fronte al mercato stellare dei propri ricchi avversari. Anche nel caso di Moneyball, essendo tratto da una storia vera, le operazioni di acquisti e scambi devono essere fatte al minor budget possibile.

L’arte di vincere avrebbe potuto sulla carta essere un fiasco, ma grazie ad una sceneggiatura di ferro e ad un regista serio come Bennett Miller il pericolo di trasformare questo film in un classico sacco di spazzatura hollywoodiano si trasforma in un vero trionfo. Il tutto si regge sul personaggio centrale, Billy Beane, uomo di sport dal linguaggio schietto (“Ci sono squadre ricche e squadre povere. Poi ci sono venti metri di merda. E poi ci siamo noi!”) e dalla singolare abitudine di non assistere alle partite della propria squadra. Visto che l’interprete centrale è Brad Pitt, qui affiancato da dei magnifici Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman e Robin Wright, Moneyball potrebbe essere quasi passato come uno dei suoi film meno celebri e altisonanti, soprattutto nel nostro Paese, poco propenso a collaudare le emozioni (e le regole) del troppo ingarbugliato baseball. Ma Bennett Miller, celebre per aver regalato a Philip Seymour Hoffman un Oscar con il comunque meno convincente Truman Capote – A sangue freddo, ha realizzato un’opera a suo modo emozionante, divertente, toccante. Senza sfoggiare spettacolari sequenze sportive o slow motion sotto la pioggia. Il che è incredibile, soprattutto per un film di cui rimane impressa la sontuosa fotografia di Wally Pfister, non a caso un habitué di Christopher Nolan. Si tratta di un approccio nuovo al mondo dello sport. E per quanto alcuni insistano nell’intravedere nel film l’ennesima metafora dell’orgoglio americano, si tratta di qualcosa di immediato e reale, niente affatto simbolico o manipolatorio. Da recuperare.

– I.B.

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