Momenti di gloria #2 – Il cinema della follia

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Scene che ci toccano, ci commuovono fino alle lacrime, ci divertono e ci sorprendono. Sono quelli che consideriamo i “chariots of fire” del Cinema, quei minuti (o semplicemente quegli attimi) in grado di rendere un film memorabile. Riviviamoli uno ad uno in questa rubrica, in ordine sparso e assecondando l’ispirazione.

#2: Il cinema della follia (Il seme della follia, John Carpenter, 1995)

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Proseguiamo la nostra rassegna sui momenti di gloria del cinema con il finale di uno dei film più sottovalutati e forse anche meno conosciuti del maestro John Carpenter, Il seme della follia. Horror onirico, questo film del 1995 è impostato in maniera pregevole fin dall’inizio (sebbene alcune premesse appaiano un po’ forzate), mostrando la graduale discesa agli inferi della follia di un uomo razionale.

Sam Neill, in uno dei suoi ruoli migliori, interpreta l’irriducibile detective protagonista che non vuole rassegnarsi all’ormai imminente e inspiegabile venuta del Male (incarnato, o meglio impaginato, in una sorta di Bibbia del maligno). Il nostro, a partire da un’indagine come tante altre -che ritiene celare la solita truffa-, si ritrova a dover fare i conti con le inspiegabili Forze Oscure dell’Ignoto: un tema che viene ereditato dai precedenti Essi vivono e, a maggior ragione, da Prince of Darkness, dove l’oscurità si manifestava in una sostanza chimica in cui si poteva leggere la forza ormai inarrestabile dell’Anticristo (sull’onda lunga della Rosemary di Polanski?). In sostanza, rimane quindi l’idea di un male radicato nell’uomo ma senza origini certe e per questo tremendamente pauroso.

Ma torniamo al film, e in particolare al “chariot of fire” in questione: dopo le rocambolesche vicende narrate (non ci sembra il caso di approfondirle), e una volta riemerso in un contesto di calma apparente, il detective scoprirà come le sue vicende siano state filmate su pellicola e poi montate in un horror di prodigioso successo commerciale (la locandina mostrata nella fiction riporta nei crediti la regia dello stesso Carpenter), alla proiezione del quale prenderà parte, in una sala ora desolata e vuota. Il film si chiude con una risata sadica che si trasforma in pianto e poi in follia del protagonista, oramai avvolto nelle disperate note dello score di Carpenter, evidentemente ispirato all’intro di Enter Sandman dei Metallica, e impotente di fronte alla follia scatenata dall’irrazionalità di ciò che è accaduto. Le sue avventure sul piatto schermo sembrano sarcasticamente comiche, ridicole: hanno perso il loro iniziale spessore e sono esposte alla derisione popolare.

Carpenter qui si spinge ben oltre la metafora dell’ipocrisia sociale (Halloween), del marcio capitalismo (Essi vivono) e dello schizofrenico palesarsi dell’Apocalisse (Il Signore del Male), oltre anche il complottismo di Polanski, in un delirante epilogo lynchano senza un perché (in fondo giustificato dal titolo stesso dell’opera). Vien da chiedersi se qualche piccolo significato comprensibile questo sbalorditivo e velocissimo segmento conclusivo possa comunque offrirlo (e se l’immagine del cinema vuoto non sia forse una sarcastica e amara constatazione del definitivo scarso successo di pubblico del proprio pur meritevole percorso cinematografico), ma in fondo è lo stesso film ad invitarci a gettarci nelle fauci della pazzia, con lo stordente piacere del terrore, senza porre domande, senza occhiali da vista.

-I.B.


 

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