Maleficent – La Recensione

maleficent-2014-angelina-jolie-movie-1920x1080
Maleficent (Robert Stromberg, 2014)

Un film la cui rilevanza cinematografica è inversamente proporzionale al suo abnorme valore economico |

maleficent-posterDa bambini risulta normale essere terrorizzati dai villain dei propri cartoni animati preferiti, forse, nei casi più estremi, addirittura traumatizzati. Alcune paure sono poi destinate con il passaggio alla più razionale età adulta a vivere sotto forma di semplice fascino (se non di nebuloso ricordo), tuttavia alcuni personaggi di Walt Disney non si scordano. Con Maleficent la Disney ripropone per l’ennesima occasione uno dei suoi cavalli di battaglia preferiti (almeno a giudicare dalla irrilevante produzione degli ultimi tempi), vale a dire la trasposizione live action delle sue migliori uscite animate, invogliando gli adulti a ricordare la propria infanzia e invitando i bambini a scoprire favole più tradizionali rispetto a quelle raccontateci nei moderni cartoon. Questa volta si punta su Malefica, la cattivissima strega de La Bella Addormentata. E’ stata la sceneggiatrice de Il re leone e Alice in Wonderland Linda Woolverton a riscrivere la fiaba dei Grimm in prospettiva capovolta, focalizzandosi quasi esclusivamente sulla (una volta) perfida antagonista della giovane principessa.

Il destino del progetto è però segnato fin da subito: allestendo una back-story decisamente stupida, l'”Operazione Maleficent” vorrebbe pretenziosamente costruire un nuovo immaginario collettivo, ma come accade con la protagonista le metaforiche ali su cui vengono riposte le residue speranze di un improbabile decollo vengono bruscamente tagliate e il tutto precipita ancor prima che qualcosa di concreto sia iniziato. Dedicare un intero film ad un villain era una trovata se non interessante innocua, ma l’inganno in cui cade chi nel film ci ha creduto (regista, produttori, spettatori) è lampante: protagonista di questa insulsa e insipida brodaglia, Angelina Jolie (anche produttrice) limita la cattiveria del suo personaggio e invece che “riscriverlo” lo annulla. I suoi rancori sono mostrati con una insormontabile e spiazzante piattezza, mentre i suoi temuti incantesimi sembrano essere solo scherzetti di un carnevale tra amici. Non serve effettivamente essere fini cultori del mondo della Disney o del Cinema in genere per capire come malefica è non la natura della protagonista, bensì quella di una insulsa storiella che dovrebbe fungere da rilettura ad eventi e fatti troppo sedimentati nella memoria dello spettatore per essere smossi o peggio ancora corretti.

Quanto alla regia, l’esordiente Robert Stromberg sembra avere poche idee su come impostare il tono del suo racconto, e allora il ricorso a canoni visivi ormai consolidati diventa l’unico modo per proporre Maleficent. Consapevole di ciò che ha plasmato l’ideale cinematografico di una generazione (se non di due), il regista ripropone scorci da Terra di Mezzo (le rovine dove si rifugia Malefica sembrano prese di peso dai vari Hobbit), pacifiche panoramiche à la Avatar, creature uscite senza troppi rimorsi dai vari Il labirinto del fauno, Un ponte per Terabithia e Il Signore degli anelli e, giusto per non farci mancare niente, il regista ci aggiunge qualche effettaccio digitale in stile Tim Burton (la muraglia di spine), autore con cui pure aveva avuto l’onore di lavorare. Indeciso su quale aspetto far prevalere sull’altro, Stromberg opta dopo aver preso in considerazione tutte le varie possibilità per un tono fatato e infantile, allontanando il film dal prodotto che era stato pubblicizzato, vale a dire un racconto con forti inclinazioni dark.

Tornando per un momento alle radici del progetto, la trovata da cui questo obbrobrio ha avuto origine poteva essere anche originale. Non è la prima volta che il Cinema tenta di alimentare se stesso con operazioni di tale tipo. Nella autodidattica e limitata formazione di chi scrive vale la pena citare, sebbene il contesto non sia del tutto adeguato, il dittico su Iwo Jima realizzato da Clint Eastwood. Ci rendiamo conto dell’inadeguatezza, forse della scorrettezza, di questo confronto, tuttavia ciò ci dà una vaga idea di come solo attraverso solide fondamenta si possano costruire film ben scritti e ben fatti che riescano ad appoggiarsi ad opere già compiute. Mentre Eastwood ha fornito con Lettere da Iwo Jima uno sguardo più approfondito sul nemico, la Disney ha trasformato il suo cattivo in un buono ridicolizzando se stessa e ciò che è stata. Anche ignorando per un attimo le sue enormi lacune tecniche infatti, Maleficent risulta narrativamente così debole e insensato che è davvero difficile riuscire a credere che si tratti del miglior incasso italiano della scorsa stagione.

Insulso, confuso e senza nessun tipo di epica o divertimento che lo supporti, è soltanto l’ennesimo frutto marcio di un’industria dirottata al fallimento, un misero filmino la cui importanza cinematografica è inversamente proporzionale al suo abnorme valore economico. Più che la messa al mondo di una grande (o presunta tale) idea, quindi, questo film è il suo aborto.

-I.B.

E a voi è piaciuto il film? Aggiungete un commento!

Visita la pagina IMDb del film!

Share

3 comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *