Mai Così Vicini – La Recensione

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Mai Così Vicini (Rob Reiner, 2014)

Per la seconda volta Reiner intraprende la via della commedia per anziani, riuscendo a far sorridere grazie al duo protagonista d’eccezione |

poster-MAI-COSI-VICINIAdagiarsi comodamente su un passato impegnato: è questa la strada che molte stelle hollywoodiane over 60 (attori che in passato hanno lavorato con Coppola, Scorsese e Stone) stanno di recente imboccando dandosi alle commedie leggere, a scapito del cinema d’autore che ha reso celebri i loro talenti. La commedia per anziani -definizione in tutta sincerità difficile da tollerare- è un sottogenere ormai autonomo, che ha le proprie regole e che, soprattutto in occasione di alcune uscite recenti, è stato fin troppo bistrattato, quasi sempre ingiustamente (ricorderete certamente i casi de Il grande match e Last Vegas). Ci prova Rob Reiner, uno che di film leggendari ne ha girati (La Storia Fantastica; Harry ti presento Sally; This Is Spinal Tap), a invertire la rotta e portare tale filone ad un livello più alto. In parte, il suo Mai così vicini ci riesce.

Al centro dell’attenzione c’è un vecchio vedovo scorbutico (ecco a voi Michael Douglas) proprietario di una villa che non riesce a vendere. La sua vita si incrocia in maniera indissolubile con quella di una piccola cantante di night club (Diane Keaton), donna sola e sensibile con un lutto da elaborare. Nel frattempo conosce la nipotina, figlia frutto di una notte brava del poco raccomandabile primogenito, con cui da anni ha rotto ogni rapporto.

Invisibile dietro alla macchina da presa (anche se in qualche sequenza si denotano le sue abilità con il mezzo), Rob Reiner ha messo in piedi un film leggero e godibile che si erge sui corpi di due attori leggendari. Corpi che non dimostrano le età che hanno ma che ugualmente sembrano cimentarsi volentieri con un tipo di interpretazione più adatto alle loro carte di identità (Michael Douglas ci riesce perfettamente, Diane Keaton sembra invece avere nostalgia di ruoli ben più impegnativi). E per quanto di tanto in tanto scatti la risata, raramente la sceneggiatura punta a fare del facile umorismo: solo nella scena in cui Vernice, un rottweiler, tenta di montare un enorme peluche, Reiner si lascia andare ad un tipo di comicità più vicina a quella dei fratelli Farrelly e del loro esilarante Ti presento i miei. Per il resto sono i dialoghi a fare la forza di un film che, diversamente da molti altri suoi simili,  punta a far sorridere, non a storcere le budella con volgarità e affini. La cosa bella è che ci riesce.

Il finale è telefonato sin dall’inizio, rendendo quindi piacevoli più le fasi di stallo che le scene madri, ma il film nel complesso è assolutamente gradevole. Come, in fondo, lo è la compagnia del vecchio Oren.

– I.B.

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