Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato – La Recensione

Image from the movie "The Hobbit: An Unexpected Journey"
Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (Peter Jackson, 2012)

Jackson, nonostante un film nemmeno lontanamente confrontabile con il capostipite, è ancora l’eroe della Terra di Mezzo |

the-hobbit-an-unexpected-journey-poster-martin-freeman-bilbo-bagginsPrima dell’uscita de La compagnia dell’anello nessuno avrebbe giurato che Peter Jackson, regista di “splatter” neozelandese (suo Bad Taste), sarebbe diventato una celebrità hollywoodiana a tal punto da potersi permettere di iniziare una seconda trilogia con le stesse ambizioni della prima. E probabilmente, nonostante l’ambizioso carattere, nemmeno il regista neozelandese in persona osava aspettarselo. Ma i sogni, a volte, diventano realtà.

In questo primo capitolo della trilogia dedicata a “Lo Hobbit”, libro che Tolkien scrisse prima di dedicarsi alla ben più conosciuta saga dell’Anello, Bilbo Baggins (Freeman), accompagnato dalla compagnia dei nani guidata da Thorin (Armitage) e da Gandalf (McKellen), cerca di aiutare gli amici nella conquista di Erebor, la città dei nani tenuta sotto scacco dal drago Smaug.

Sebbene sia indiscutibilmente imbarazzante il confronto con la precedente opera, e su questo molti avranno da ridire, Lo Hobbit-un viaggio inaspettato assume pienamente i caratteri di un prequel riuscito, nonostante il crescente scetticismo di chi atteso l’uscita del kolossal dopo l’abbandono di Del Toro. Tuttavia, nonostante la riuscita del film, la poetica e l’epica a cui Jackson ci aveva abituati rischiano di essere compromesse non dal brusco cambio al timone con i due bravi filmmaker ad alternarsi, come molti sentenziano, ma da una eccessiva devozione nei confronti della comicità dei nani: intere sequenze della parte iniziale vengono infatti dedicate ai fin troppo frequenti pasticci dello sgangherato gruppetto. Un tale registro comico pare inappropriato, perché stempera l’atmosfera mitica che abbracciava gli altri film.

Fortunatamente, del cast fanno parte attori straordinari che riescono a rimediare alle fin troppo evidenti carenze: Ian McKellen, Cate Blanchett e, come sperato, Cristopher Lee in un suggestivo cammeo. Ma questo è il film di Martin Freeman, quel condensato di sedentarietà e paura, un piccolo eroe anticonvenzionale (come lo era Frodo), ma anche di Andy Serkis, un attore mai degnamente ripagato per quelle sue straordinarie interpretazioni di Gollum. E sono proprio questi due a regalarci il momento più alto dell’opera, ossia il duello a suon di indovinelli alle Montagne Nebbiose, un quarto d’ora puro ed elegante, uno straordinario esempio di cinema.

Per quanto riguarda la colonna sonora, questa si attiene quasi completamente alla tradizione dei precedenti capitoli e ci accompagna per più di due ore nella “nuova” Terra di Mezzo. La fotografia c’è (con qualche effetto digitale di troppo) e riesce senza troppe difficoltà ad evitare le fin troppo fiabesche scenografie alla Tim Burton, il che non può essere sottovalutato se pensiamo a come le scene in cui vediamo Radagast curare gli animali avrebbero potuto sposarsi appieno con il kitsch di Alice in Wonderland (personalmente uno dei miei “most hated”).

Anche se i fatti narrati sono decisamente meno di quelli delle precedenti produzioni, Lo Hobbit rimane un film lungo, ma gradevole. Questo ad una prima visione: rivederlo significa assistere ad un prologo gigantesco piuttosto pesante se si conoscono già i fatti narrati e il modo in cui questi sono stati trasposti. Il doppio prologo iniziale che si estende per una decina di minuti basta a farci capire come Jackson non abbia voluto ridimensionare le ambizioni della pellicola. Ma se il film vanta molti pregi sono immancabili i difetti: l’ironia stancante, come detto, e la fuga dalle Montagne Nebbiose recano qualche dubbio circa la valutazione della pellicola, e proprio la fuga dei nostri sembra tecnicamente il livello particolarmente complesso di un videogioco d’azione. La già menzionata comicità dei tredici nani, l’inserimento di lungaggini eccessive (la cena a casa di Bilbo) e alcuni momenti di stanca poco giovano al film. Ma per ogni scena poco riuscita il regista ne regala altre di impareggiabile valore, dalla visione dall’alto della contea mentre Bilbo corre verso i nani fino a scene di battaglie (poche purtroppo) ben girate, passando per un arrivo a Gran Burrone fortemente epico. Quando troviamo un piccolo grande eroe in viaggio nella Terra di Mezzo non parliamo di Bilbo Baggins, ma di Peter Jackson.

– I.B.

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