Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug – La Recensione

Image from the movie "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug"
Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug (Peter Jackson, 2013)

Jackson imbastisce uno spettacolo dinamico e scoppiettante, che fa da contraltare alla staticità del primo episodio |

The_Hobbit-_The_Desolation_of_Smaug_more8Molti critici quando uscirono dalla sala dopo la visione di Un viaggio inaspettato, oramai più di un anno fa, ne furono sconvolti: il “così così” Amabili resti, il film precedente di Jackson, a conti fatti non era stata solo un’avvisaglia del calo qualitativo dei suoi lavori? Il regista neozelandese non era davvero più lo stesso? Il successo della prima trilogia era stato solo un monumentale bluff? I titoli maliziosi (“una delusione inaspettata”) non tardarono a comparire sulle riviste di mezzo mondo. Ma come al solito è facile dimenticare quanto il regista neozelandese sia sempre stato abile nel tenere le proprie frecce migliori ben nascoste nella sua bisaccia in attesa dei momenti più propizi per fare centro sul pubblico, come già era accaduto quando non ci aveva mostrato il tecnologico Gollum ne La compagnia dell’Anello per alimentare l’attesa della sua apparizione programmata per Le Due Torri. E anche stavolta, riuscendo a gestire l’attesa grazie a due bei trailer, Jackson spiazza il suo pubblico con un sequel più accattivante e dinamico che, favorito dall’incipit in medias res, riesce a catapultarci direttamente alle porte di Bosco Atro. Qui, dopo un dimenticabile incontro con Beorn, la compagnia finalmente si divide e Gandalf (Ian McKellen) decide di fare luce a Dol Guldur, dove il Male sembra aver preso piede.

Introdotto da un preambolo pigro e sottotono, mentre Jackson è impegnato a gigioneggiare con api giganti in 3D e con qualche momento di incertezza, il film si svela essere un ottimo prodotto dall’ingresso nel Bosco Atro in poi. Bilbo (Martin Freeman) inizia a subire gli influssi dell’Anello che porta con sé, i ragni giganti ricordano Shelob e gli orchi capitanati da Azog decidono di passare apertamente all’offensiva. Jackson ha puntato, come prevedibile, sulla spettacolarizzazione della messa in scena -di cui era deficitario il primo film- dai grandi colpi come lo Smaug di Benedict Cumberbatch sino ai più piccoli particolari (notevoli le ragnatele viste in 3D), riuscendo ad ottenere un risultato finale quasi del tutto appagante. Ciò è in larga parte dovuto all’intelligenza dell’autore e alla sceneggiatura che ha fatto in modo di rendere quanto più unitaria la trilogia nel suo insieme (e qui si spiega il deludente (?) finale del film, ingiustamente accompagnato da fischi nelle sale). Per ovviare alla mancanza di materiale e per arricchire la narrazione infatti, Jackson e la sceneggiatrice Boyens hanno deciso di contrattaccare i puristi tolkeniani con personaggi creati ad hoc (e ce ne sono parecchi, a partire dall’elfa Tauriel di Evangeline Lilly) o inserendo, come nel caso di Legolas (Orlando Bloom), personaggi attinenti al mondo dell’Anello ma non a quella Terra di Mezzo dei tempi della giovinezza di Bilbo raccontataci antecedentemente da Tolkien. Poco male, perché il film decolla nonostante qualche sgradevole caduta di stile (“brutto cacca elfo”, è la raccapricciante battuta messa in bocca ad un orco consegnato dagli elfi al signorile Thranduil di Lee Pace) grazie a continue impennate nel ritmo. A soffrirne sono i dialoghi, praticamente assenti per compensarne la grande quantità che appesantiva il primo capitolo.

Sì, alla fine ci mancano gli aforismi di Gandalf e la reale presa di coscienza del logorante potere distruttivo del Male da parte degli eroi -aspetto che enfatizzavano i vari Frodo e Aragorn ne Il Signore degli Anelli-, ma per ora va (molto) bene così in attesa della battaglia finale che probabilmente richiamerà per molti aspetti la guerra dell’Anello. E non ci stupiremo quando ciò accadrà, perché a ricordare passivamente il passato, Peter Jackson preferisce riviverlo. Possibilmente in tre dimensioni.

– I.B.

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