L’Evocazione – The Conjuring – La Recensione

Image from the movie "The Conjuring"
L’Evocazione – The Conjuring (James Wan, 2013)

L’entusiasmo di una prima parte di orrore puro raffreddato da un deludente epilogo |

evocazione1Basato su una storia vera, L’evocazione vede gli esperti in fenomeni paranormali i coniugi Warren (Vera Farmiga e Patrick Wilson) cercare di risolvere il caso più complesso della loro carriera: una villetta di campagna infestata da un demone che terrorizza una coppia felicemente sposata con cinque figlie.

Tra tutti i generi cinematografici l’horror era forse tra più rispettati dalla critica. Questo perché, essendo composto prevalentemente da film che nella loro semplicità – e banalità, talvolta – cercano di suscitare in noi paure ancestrali, è un genere che può ripetersi e rigenerarsi all’infinito fruendo continuamente di sentieri tematici ampiamente battuti ma ottenendo sempre i medesimi effetti nello spettatore: l’orrore e l’angoscia della visione. Ma l’horror è anche un genere che può fare della sua bruttezza tecnica un’arma a favore di piccoli autori non del tutto eleganti con il mezzo tecnico cinematografico, garantendo alla mediocrità della messa in scena una maggiore riuscita sotto l’aspetto della verosimiglianza. L’evocazione, il titolo che più di ogni altro ha terrorizzato il pubblico in sala la scorsa stagione, è costruito secondo questi medesimi concetti: parte dall’abusata idea della casa infestata che viene profanata dagli ignari inquilini e non ha bisogno di particolari tecnicismi per catturare l’attenzione di un pubblico già avvezzo a determinati prodotti come questo.

Il regista malese James Wan ci mette diversi minuti per far prendere il giusto ritmo al suo racconto (come è giusto che sia in questo tipo di film l’orrore arriva sempre alla fine), ma quando la sua escalation di orrori incalza la nostra attenzione The Conjuring affonda in un abisso di risate malefiche, urla spaventose e scricchiolii vari che a tratti superano il già ottimo lavoro di sonorità operato da Scott Derrickson alla regia di Sinister. Come è ovvio che sia, gli iniziali presagi seminati dalla forza demoniaca (la morte del cane, le porte che si aprono da sole e gli orologi che smettono di battere contemporaneamente) vengono inconsciamente scambiati dai nostri come casualità o incidenti: noi sappiamo invece che trascurare determinate avvisaglie lasciate dal Male potrebbe comportare degli effetti collaterali che gli indagatori del paranormale sembrano conoscere piuttosto bene. In un estratto di una loro conferenza – a cui assiste la madre posseduta – le informazioni che danno al loro (interessatissimo) pubblico suggeriscono lo sviluppo stesso del film: i demoni che si infiltrano nelle case si manifestano attraverso una catena inarrestabile di fenomeni che terminano con la possessione.

Peccato però che l’orrore puro della prima parte (bella l’idea del carillon come oggetto per osservare il demone), quello che si manifesta con tonfi e battiti, sfumi in una seconda non altrettanto paurosa, confermando Wan come talento incapace di arrivare all’appuntamento decisivo con l’orrore pronosticato dai Warren stessi sufficientemente preparato. Se difatti il disperato esorcismo finale di Wilson lascia perplessi, soprattutto per la mancanza nel trovare il giusto livello di tensione, L’evocazione sembrerebbe voler lasciare un messaggio palesemente fuori luogo e mal digerito nel contesto spesso anti-sentimentale come quello dei film dell orrore: l’amore può sbarazzarsi di un demone. Nel cinema di Wan sembrerebbe, come se una nostra componente nobile e il nostro istinto protettivo nei confronti dei figli potessero vincere forze immateriali e sconosciute, che il demone persecutore possa avvertire il pericolo di un Bene radicato nel cuore umano capace di vincere il suo stesso dominio. Così il film, al pari di Sinister (con cui condivide somiglianze interessanti), dimostra le proprie potenzialità senza riuscire a portarle totalmente a termine. Ma se il film di Derrickson, pur non raggiungendo simili picchi di terrore, portava ad un finale radicalmente opposto e paradossalmente più gradito, il film di Wan soffre di una conclusione melò che raffredda in tempo record l’entusiasmo per la riuscitissima prima ora.

– I.B.

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