Jurassic Park III – La Recensione

Image from the movie "Jurassic Park III"
Jurassic Park III (Joe Johnston, 2001)

Jurassic Park III = nostalgia Spielberg |

jurassic-park-iii-film-poster-hd-sam-neill-william-h-macy-teacutea-leoniQuale momento migliore, se non a dieci anni dalla sua uscita al cinema e aspettando il quarto capitolo, per rivivere l’atto conclusivo della trilogia classica di Jurassic Park? Più che blockbuster, Jurassic Park III è un family movie vero e proprio, concepito e progettato per un sincero intrattenimento senza troppe pretese artistiche. A disposizione ci (ri)troviamo una trama esile il cui più immediato e iconico punto di forza è e resta a distanza di anni la creazione di un dinosauro-simbolo quale il gigantesco spinosauro, che significativamente uccide in un duello il re dei sauri, il Rex, colui che aveva dominato la scena nell’originale di Steven Spielberg.

Dimenticato The Lost World, il secondo mezzo deludente capitolo di Spielberg, Jurassic Park III non regala niente di particolarmente interessante, riuscendo però a rimanere abbastanza scorrevole da poter essere goduto da chiunque in un noioso pomeriggio invernale. Immediata è l’empatia con i personaggi del film di Johnston, i quali riflettono alcuni dei problemi più comuni della società americana come il divorzio o l’educazione dei figli. Ma sono comunque temi da cui il regista di guarda bene a conferire troppa importanza, per non rischiare che l’avventura ceda il passo alla commedia o, più pericolosamente, alla retorica- anche se alcuni dialoghi (“niente che tu non abbia mai visto” ricorda Tea Leoni all’ex-marito William H. Macy mentre si sveste) potrebbero portare qualche perplessità in merito.

Come già accennato, si tratta di cinema americano nel senso più stretto del termine: può essere vuoto di significato e pieno di fascino al tempo stesso. Come tutti i film ha dei limiti, teoricamente gli stessi dell’originale, ma sullo schermo si ha nostalgia del primo capitolo più del previsto, denotando come solo un grande regista sappia ridurre i grandi limiti dei suoi film, o, meglio ancora, di come solo un grande regista sappia superarli. D’altra parte Joe Johnston non è un autore di prima fascia, e guardando JP3 lo si percepisce troppo spesso.

– I.B.

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