Jersey Boys – La Recensione

JERSEY BOYS
Jersey Boys (Clint Eastwood, 2014)

Clint Eastwood ha qui proposto un musical leggero, in cui però inserisce storie di famiglie distrutte e vite perdute che aggiungono molto ad un film altrimenti troppo modesto |

“Cosa ti piace della musica?”

“Tanto per cominciare…tutto!”

jersey-boys-poster-1Lo avete riconosciuto: è il finale magnifico di Quasi famosi, il malinconico road movie di Cameron Crowe sulla musica rock. Eppure, letto nel contesto di Jersey Boys, potrebbe sembrare una ipotetica intervista rilasciata ad un giornalista qualunque dal regista Clint Eastwood. Che al vecchio Clint interessi la musica lo sappiamo da tempo: lo testimoniano le sue tante colonne sonore (talvolta cantate, come nel caso di Gran Torino) e anche una sua opera piuttosto datata che pochi hanno visto, il biopic Bird. Il musical era un genere con cui però non si era mai confrontato direttamente e che sognava da tempo di incontrare. Ci aveva provato con A Star Is Born, ma Beyoncé, messa sotto contratto dalla Warner nel ruolo di protagonista, era poi rimasta in dolce attesa lasciando a mani vuote il regista. Alla notizia del naufragio del film qualche fan potrebbe esserne stato anche sollevato: primo perché obiettivamente poco la cantante pop sembra avere da spartire con il leggendario pluri-premio Oscar; secondo perché questo poco apprezzato progetto di ripiego non è affatto malvagio come alcuni sono soliti denunciare.

Allegro e sconosciuto quartetto, i Four Seasons crescono nel New Jersey, iniziano la loro scalata verso la fama e fanno del loro leader, che canta in falsetto, la propria peculiarità. Il film si sviluppa intorno ai loro rapporti e alla loro relazione con la notorietà. 

Si sfonderebbe una porta aperta se si volesse affermare una volta di più la piccolezza di Jersey Boys nei confronti di altri capolavori del regista (che non stiamo a citare): i toni qui sono più accesi, leggiadri, quasi anonimi; temi cardine dei suoi film precedenti come i fallimenti del passato assenti. Ne risente tutto l’impianto narrativo del film, che forse avrebbe esatto un regista più tradizionalista. Fortunatamente, al di là dell’esecuzione, classica e pulita come sempre, Eastwood cerca di arricchire il racconto con un substrato che ci parla di vite perdute e famiglie distrutte che giustifica (in parte) le scelte tecniche del regista, riuscendo a farci apprezzare quello che altrimenti sarebbe stato il film meno personale realizzato da Clint negli ultimi 15 anni.

Invece il texano dagli occhi di ghiaccio e dall’obiettivo spietato è lì con i “Four Seasons”, la sua passione è vitale come la loro, e sebbene sia lo spirito leggiadro dei quattro interpreti a dare al film il suo stampo più significativo, il regista non rinuncia a replicare situazioni tipiche del suo modo di fare film, cosicché quando la morte si palesa (non diciamo come), proprio per la malinconia con cui viene raccontata e affrontata, si potrebbe indovinare il nome di chi ha diretto questo Jersey Boys anche senza saperlo.

– I.B.

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One comment

  • Non è certo un capolavoro, ma di certo sa come affascinare. A me è piaciuto, e per quanto non sia proprio lo stile di Clint, devo dire che ha fatto un gran bel lavoro.
    I pezzi cantati, poi, sono stupendi! Sicuramente un film da vedere.

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