J.Edgar – La Recensione

J. Edgar 4
J.Edgar (Clint Eastwood, 2011)

J.Edgar è come la (bella) poesia nel finale: un viso caro che si dimentica e si nasconde tra le pieghe di una carriera irripetibile che ha abituato Clint Eastwood a raggiungere risultati ben più importanti di questo |

j-edgarEra fin troppo chiaro che il biopic eastwoodiano su John Edgar Hoover, capo dell’FBI e mandante dell’assassinio di John Dillinger (il Nemico Pubblico di Michael Mann…), sarebbe stato un film molto meno personale rispetto ai suoi meravigliosi precedenti del decennio scorso. Naturalmente farsi imbrigliare tra le vicende più o meno interessanti della vita di un uomo che ha fatto la storia dell’America moderna potrebbe portare chiunque a realizzare un’opera piatta, documentaristica testimonianza impermeabile al sentimento. Fortunatamente però Eastwood conosce troppo bene l’arte della regia per cadere nella trappola del biopic facilone.

Certo va detto a chiunque si appresti alla visione di J.Edgar che Eastwood questa volta pretende qualcosa in più dal suo pubblico in termini di concentrazione, non limitandosi ad una partecipazione emotiva ma inserendo nel suo affresco storico miriadi di personaggi secondari che Dustin Lance Black in sede di scrittura cerca di ricostruire in maniera puntigliosa. Una prima parte girata quasi interamente in interni (stessa cosa che farà l’amico e collega Spielberg due anni più tardi con Lincoln) consuma un po’ (troppo) la pazienza, anche perché stare al passo con gli sbalzi temporali proposti (forse per rimediare ad una certa monotonia nei luoghi e nei caratteri rappresentati) non è cosa semplice e non nascondiamo che seguire il film risulti a tratti snervante negli ambienti claustrofobici della fotografia perfetta ma “impenetrabile” di Tom Stern. I dettagli quasi impossibili da catturare lo rendono un film difficile, complicato e, diciamocelo, forse un po’ confuso. Non ci viene in aiuto la lunga serie di dialoghi decisamente veloci contenenti molti nomi di personaggi appena citati di cui dobbiamo immaginare volti e ricostruire backstories.

Un secondo tempo più doloroso e sentito incanala J.Edgar nel filone dei film più maturi del regista (pur non risultando tra i migliori), in cui l’opera può respirare e spaziare tra i temi preferiti da Eastwood, primo fra tutti il dolore, appunto. E per quanto alla notizia di uno script firmato da Black si possa (più o meno maliziosamente) aspettare un prodotto di propaganda per il mondo omosex, J.Edgar parla di delusioni universali, niente affatto circoscritte ad una determinata categoria di pubblico (come al solito DiCaprio è puntualissimo nel coinvolgere l’eterogenea platea).

Per quanto riguarda l’evoluzione alla regia di Clint, come abbiamo precedentemente indicato qui ci troviamo di fronte ad un’opera non del tutto facile da apprezzare tecnicamente (la solita assenza di colore incupisce le immagini di un prodotto già aggrovigliato e “oscuro”), complice la presenza di lunghe scene parlate, e tuttavia Eastwood aggiunge un altro mattone (intendiamoci: non certo fondamentale o necessario) ad una carriera tra le più gloriose di tutti i tempi. Sintetizziamo come segue: un buon film fatto da chi solitamente è abituato a regalarci poemi struggenti e indimenticabili.

-I.B.

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