Il Grande Gatsby – La Recensione

Image from the movie "The Great Gatsby"

Luhrmann copia, adatta, inventa e aggiunge: il risultato può risultare piacevole, ma eccessivo |

Anche Coppola (sceneggiatore) e Clayton (regista) avevano provato, nel ’74, a realizzare un loro adattamento del romanzo di Fitzgerald che fosse in grado di descrivere appieno la futilità dell’American Dream e dell’America stessa. Ma la loro versione (su cui lo stesso sceneggiatore espresse il proprio dissenso diversi anni dopo) si era trasformata ben presto in uno sceneggiato rigido che, pur attingendo a piene mani dal romanzo, risultava vuoto e inconsistente. Come puntualizza Luhrmann, “il fu Jay Gatsby Robert Redford era il più cool dell’universo, ma quel film non ci fa capire chi fosse realmente Jay Gatsby”. Insomma, la mano sapiente di Francis Ford Coppola si rivelò inutile.

Dopo Romeo+Juliet e Moulin Rouge!, anche Baz Luhrmann porta sullo schermo una rivisitazione moderna e tecnologicamente accurata del classico della letteratura americana. L’American Dream di Luhrmann è il ritratto favoloso e artificiale di una New York computerizzata e luccicante, inserita più precisamente nel contesto di una Jazz Age che balla, nel mondo fantastico quanto distorto del regista, a ritmo di hip hop, sui brani di Jay Z, Beyonce e U2. Di certo Il grande Gatsby inteso come romanzo in sé non costituirebbe materiale su cui costruire un successo al botteghino, ma con una versione chic in cui tutto viene portato all’eccesso -e allora preparatevi ad una pioggia di abiti firmati e cristalli Swarovski- anche il grande pubblico potrà gustarsi le spettacolari immagini delle sfarzose feste di Gatsby con stupore. Visti i due precedenti più famosi del regista, non sembra difficile che sia riuscito a trovare la formula giusta, quella quindi che a portare su uno schermo la passione per le pagine preferisce di gran lunga cercare l’estetica dell’eccesso in ogni scena. Tuttavia è bene fare una precisazione: lo sceneggiato di Luhrmann ricalca parola per parola il romanzo in molti suoi passaggi, cosa che, anche se a molti farà piacere, al contrario risulta un esperimento piuttosto limitativo e assai rigido, nonché contraddittorio.

Ma se da un lato è vero che Il grande Gatsby di Luhrmann può dirsi un’opera barocca molto lontana dalla perfezione (e qui ci arriveremo in seguito), lo stesso non si può dire del Gatsby personaggio, a cui Di Caprio regala il famigerato sorriso cool che corona un’interpretazione straordinaria- che tra il resto supera di gran lunga quella di Robert Redford in credibilità e presenza.

Detto questo il film si crogiola sui propri pregi ma soccombe nell’ambito del sentimento, delle emozioni del pubblico e dei personaggi schiacciati dalla loro incapacità di essere compresi dallo spettatore; e ancora una volta l’enigma che si nasconde dietro al sorriso del protagonista rimane un codice da decifrare. Chi era Gatsby? Gran parte degli spettatori non saprebbero rispondere senza aver letto il romanzo. C’è poi Nick Carraway (l’uomo ragno Tobey Maguire) che manca della scrupolosità morale con cui ci viene descritto su carta e vi è il finale che tronca l’incontro tra Nick e Gatz, il padre di Jay, (preferendo far fluire il tutto in un’ultima sequenza di esile spessore e frettolosamente condotta verso i titoli di coda) che sommandosi abbassano enormemente il giudizio finale di chi rimane attaccato scrupolosamente al romanzo (benché, come già detto, il film segua piuttosto fedelmente la penna di Fitzgerald), anche se non è il caso nostro. A seconda del tipo di spettatori che siate -letterati intransigenti o romantici permissivi- viene infine da chiedersi quali siano realmente le possibilità filmiche del romanzo, visto che comunque nessuno dei Gatsby cinematografici ha finora convinto del tutto la critica. I dialoghi del romanzo (e qui non voglio entrare in un campo a me quasi del tutto estraneo quale la lettura americana, nonostante abbia letto il libro in lingua originale) metterebbero in difficoltà qualsiasi sceneggiatore, soprattutto coloro che ricercano una trasposizione incentrata sul valore di ogni singola parola, sulla coerenza espressiva dei personaggi come principale fonte di narrazione: tutto questo potrebbe suggerire una difficoltà oggettiva nel realizzare un capolavoro del capolavoro.

Si esce quindi dal cinema con il dubbio-che forse pretenderebbe una risposta che vada oltre una parola di due lettere- circa il valore oggettivo dell’opera, che in questo straordinario caso potrebbe non esistere: virtuosismi visivi o eccessi ridicoli? È la domanda con cui Luhrmann ci lascia, invitandoci a seguirlo nel suo stravagante ma al contempo eccessivo e a tratti fastidioso universo. A questo punto la palla passa a chi, tra qualche anno (forse meno di quanti potreste contarne con una mano), vorrà cercare di andare oltre Coppola, Redford, Luhrmann e Di Caprio. Non si può dubitare che ci sarà chi potrà riuscirci, ma la formula con cui Luhrmann ha portato in scena il romanzo, per quanto azzardata e criticabile, porta ad un film tutto sommato piacevole. Se si è disposti ad ignorare la computer grafica invadente.

– I.B.

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