Il Cacciatore di Giganti – La Recensione

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Il Cacciatore di Giganti (Bryan Singer, 2013)

Filmaccio che vira verso il grottesco, banale, poco divertente e stracolmo di luoghi comuni |

Il_cacciatore_di_giganti_poster_film_2_bigCon Il cacciatore di giganti Bryan Singer ripercorre in un certo senso il sentiero già battuto quando, nell’ormai lontano 2006, aveva realizzato il suo (riuscito e sottovalutato) Superman Returns: giustifica con l’ironia del fumetto la realizzazione di un film che altrimenti vedrebbe nella sola vicenda narrata (l’arcinota favola dei fagioli magici) un livello di interesse prossimo allo zero assoluto. Ma viste le circostanze, cioè preso nota della mediocrità del film e della totale assenza del benché minimo concetto di epica e sentimento, non resta che azzardare arbitrariamente ipotesi che possano giustificare in qualche modo le scelte fallimentari di Singer: occorre cioè assumere come dato di fatto che il regista di X Men un film così brutto non lo abbia fatto per errore, ma che questo stiracchiato racconto voglia quasi essere una sorta di parodia, per non dire delegittimazione, del genere fantasy. Un approccio che se così fosse confermato non sarebbe per nulla scontato, ma che preso così come ci arriva (sembra che inizialmente il film voglia effettivamente prendersi sul serio) risulta ridicolo.

Dimenticata l’epica jacksoniana, titanica e stracolma di emozioni, oggi il fantasy vira su vicende più ristrette e banali, spesso rifacimenti, di cui anche l’Oz di Raimi è (pessimo) rappresentante. Tentare di realizzare film fantasy monumentali di questo tipo implica necessariamente confrontarsi con la Trilogia dell’Anello, cosa che molti autori preferiscono evitare. Con ciò non si intende dire che il fantasy sia morto quando un bel giorno Frodo tornò alla Contea, ma che il sottogenere a cui appartiene la saga di Jackson sembra arrivato ad un traguardo non più superabile, almeno per quanto riguarda l’estetica e il gusto dei nostri tempi. Da parte sua, Il cacciatore di giganti è un film comico (?) poco elaborato, che trae spunto da una favola, non da un’illustre opera letteraria. La prova che Singer non abbia voluto strafare, limitandosi invece ad un compitino che ha trovato nell’ultimo monumentale X-Men-Giorni di un futuro passato il suo contraltare, troverebbe conferma nella banalità della trama in primis, con le storie parallele dei due sposi predestinati che confermano ciò che già ci aspettiamo: gli innamorati dovranno combattere contro le convenzioni sociali del proprio tempo (oltre che con i giganti) per fare in modo che il loro amore trionfi. La sceneggiatura stessa, quindi, suggerirà dialoghi da vignette comiche, quelle che alcuni artisti disegnano sulle riviste specializzate per mettere in ridicolo alcune opere cinematografiche. Di più: la caratterizzazione dei giganti e gli effetti speciali non sono all’altezza delle aspettative, finendo per rovinare definitivamente il rapporto pubblico-personaggio che Singer aveva comunque già compromesso in partenza. Costringendo i propri eroi a recitare gag da cartoon (la scena dell’alveare, il gigante che si annusa le ascelle e così via), Singer innesca una serie di situazioni per nulla credibili, che virano verso il grottesco, dedicando il film al mondo di un’infanzia che non chiede altro che battaglie (per quanto mediocri) e peti per divertirsi nel doposcuola. In questo senso il regista vuole quasi cogliere in contropiede la critica, togliere già in partenza ogni possibile dubbio sugli sviluppi della trama, affidandosi solo a personaggi dalla caratterizzazione immediata che non sfuggano ai cliché degli intrighi di palazzo e dei contadini onesti e incorruttibili. Ed è proprio questo il concetto: divertendosi, rasentando quasi una banalità che funge da pretesto per fare un po’ di baccano, Singer dirige un film arioso ma poco soddisfacente, anche per chi non chiede grossi risultati da una serata sul divano con degli amici.

La cosa strana in tutto questo è come il regista de I soliti sospetti abbia fatto uso di un cast dai grandi nomi, di certo non necessari. Imbrigliati in maschere fastidiose, i vari Hoult, McGregor e McShane perdono per cause di forza maggiore le proprie qualità e si limitano a trasformare il set del film nel palcoscenico di un teatrino di provincia, dove nulla si cela se non la futilità di ciò che ci viene detto o mostrato.

Come detto, cercare dichiaratamente la verve comica in progetti di questo tipo ripara da numerose critiche. Ma non è questo il punto. Il centro di questa mia analisi vuole evidenziare ciò che il film è: una parodia del fantasy con “effettacci” digitali e un perenne distacco emotivo per uno spettatore al quale non tarderà l’attacco di un esercito di sbadigli. La sensazione è che per riportare Singer in zone di sua competenza non basteranno fagioli magici.

– I.B.

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