Go With Me – La Recensione

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Go With Me (Daniel Alfredson, 2016)

Pigro e triviale, Go with me non decolla mai, rimane imbalsamato sul nobile volto di Anthony Hopkins |

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La speranza era che il thriller Go with me avesse potuto parzialmente saziare la fame di bei film in una stagione veramente negativa come quella che stiamo vivendo. Il ritorno di Anthony Hopkins come protagonista al cinema era sulla carta di quelle occasioni da non perdere, e in seconda battuta nel cast compariva il nome di Ray Liotta, motivo in più per pagare il prezzo del biglietto e sedersi comodi su una poltrona rossa.

Sarebbe comunque ingiusto incolpare Go with me di non aver saputo dare quel brivido che gli si richiedeva in questo monotono autunno. Non si tratta tanto di un problema registico: infatti, per quanto monocorde e fiacca, la direzione di Daniel Alfredson (Millennium, Dead Man Down) non è poi diversa da quella del Michael Roskam di The drop, film che però si assesta su un livello sicuramente superiore rispetto a Go with me.

Piuttosto, come ormai spesso accade, è una pigra sceneggiatura a condurci verso il deludente prodotto in questione. Il racconto riguarda tre personaggi che per motivi diversi si troveranno a dare la caccia ad un temuto malfattore locale. Joseph Gangemi, penna ancora sconosciuta, annulla quasi completamente la componente thriller insita nel romanzo trattato dal film e prova a riprendere in mano nientemeno che il sottogenere che garantì ai Coen l’Oscar: il neo-western. Infatti, è fin troppo evidente come i personaggi disseminati lungo il percorso dei tre protagonisti non siano altro che macchiette sbiadite dei classici film di frontiera (l’alcolista, gli scagnozzi, il cattivo dagli occhi di ghiaccio). Intento che riecheggia anche nei grigi ambienti, squallidi e sudici, ma in fin dei conti visti mille volte (anche in quanto a motel Non è un paese per vecchi diede il massimo). E con la fiacca rincorsa, crolla persino l’intento di rendere la storia più avvincente attraverso l’ambientazione boschiva finale, che ospita un duello tra vecchietti imbalsamati (con tutto il rispetto per uno dei massimi interpreti della Settima Arte quale Anthony Hopkins). Con la musica che non riesce a commentare efficacemente i passaggi narrativi salienti.

Lento, prevedibile e decisamente triviale, Go with me si dimentica appena usciti dalla sala: un film di cui si faticano a comprendere intenti e messaggi, laddove ve ne siano. Come non si comprende la ragione del titolo italiano (forse spiegato nel libro), visto che l’originale aveva l’ambivalente nome di Blackway. Il giudizio invece, lungi dall’essere duale, è praticamente univoco: un disastro.

-I.B.

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