Free State of Jones – La Recensione

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Free State of Jones (Gary Ross, 2016)

Ross non cade nel tranello di realizzare un’opera patriottica o sentimentale, ma il suo film è comunque poco riuscito a causa di un piatto confezionamento e una trama troppo frammentata e inconcludente.

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Il film è incentrato sulla vera storia di un disertore (l’impronunciabile Matthew McConaughy) che nel bel mezzo della Guerra Civile fondò una comunità pacifica nelle impenetrabili paludi del Mississippi, autoproclamando uno Stato autonomo e libero. Separati dal resto del mondo, qui neri, bianchi, schiavi e padroni trovarono pari dignità.

Quanto è difficile realizzare un buon film in costume! Sarà forse una personale mancanza di predisposizione nei confronti del cinema storico, ma da diverso tempo ho maturato la convinzione che poche cose siano difficili per un cineasta quanto la realizzazione di un film come Free State of Jones. Se poi si parla di un’opera che ha un focus ben preciso come quella in questione, incentrata su un periodo storico accostato alla questione razziale, è chiaro anche allo spettatore occasionale che il Cinema americano ha saturato totalmente il genere. Senza sorpresa alcuna quindi Free State of Jones fa leva su grandi ideali, addossandosi ciò che questi tipi di film-monito portano in dote: il rischio impellente di scadere in facili sentimentalismi o, peggio, in un’ode patriottica alla propria nazione o etnia.

Se Gary Ross non cade nel tranello lo deve all’intelligenza che questo regista aveva già dimostrato più di 20 anni fa con Pleasantville, che ai tempi lo aveva consacrato a livello internazionale per poi farci inutilmente bramare un ritorno ai vecchi fasti – puntualmente disatteso.

Purtroppo, nonostante la (per alcuni aspetti) inaspettata solidità dei presupposti, ciò che a parere del sottoscritto non sta in piedi nel film è in primo luogo il piatto confezionamento e in secondo l’eccessiva frammentazione di una trama nel complesso poco incisiva, oltre che inconcludente.

Le battaglie e gli avvenimenti, privati di ogni epica o solennità, vengono quindi ridotti a rigida testimonianza anche per colpa di una regia didascalica e di una fotografia realistica ma poco funzionale allo scopo: in sostanza, la parvenza è quella di assistere ad un grosso film per la televisione. In ciò mi è tornato alla mente il Selma di Ava DuVernay, a modesto parere del sottoscritto largamente gonfiato dalla carta stampata d’oltreoceano.

Il secondo spunto a cui accennavo, vale a dire alla presunta fiacchezza e frammentazione della sceneggiatura, mi sembra trovare nello stile asciutto del film il giusto contrappunto. In ciò Free state of Jones ha le idee chiare, è coerente con se stesso: si tratta di un film estremamente realistico che nulla vuole concedere al piacere dello spettatore.

E’ forse e soltanto una preferenza personale imputabile ad un gusto per l’intrattenimento e non un dato evidente quindi, ma la visione di opere più rumorose e altisonanti come Glory di Edward Zwick – per rimanere ancorati allo stesso luogo e allo stesso tempo del film di Ross – mi hanno emozionato e lasciato un messaggio di eroismo più potente rispetto all’affresco di Free State of Jones.

Diciamo quindi che il film è stato realizzato come è stato realizzato per una precisa idea del suo autore, sebbene il risultato finale mi sembri decisamente sottotono. Con il rischio che Free State of Jones venga ricordato come un film su temi imprescindibili, ma troppo lungo e noioso.

In tutto questo non voglio dimenticare alcune brevi annotazioni.

1) La prima è la nota di merito per McConaughy, che evidentemente si sta accorgendo di aver sprecato per anni un grande talento.

2) Se la discriminazione vi sembra un problema antiquato e superato, vi sbagliate. Per questo motivo, non ci stupiremo se questa opera diverrà il classico film da far vedere nelle scuole medie e licei di mezzo mondo.

3) Perché in una durata di 2 h e 20′ non dare più spazio al rapporto tra le due donne del protagonista, interpretate da Liza J. Bennett e Keri Russell?

I.B.

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