Foxcatcher – Una Storia Americana – La Recensione

FOXCATCHER
Foxcatcher – Una Storia Americana (Bennet Miller, 2015)

Falsità e ipocrisia di una triste scalata verso la gloria, scandita da una regia in stato di grazia e da uno Steve Carell gigantesco |

Foxcatcher posterGiovane e di belle speranze, il wrestler Mark Schultz (Channing Tatum) è vissuto all’ombra del fratello maggiore Dave (Mark Ruffalo), che lo allena. Un giorno gli arriva la chiamata di un miliardario, John “Eagle” Du Pont (Steve Carell), che è pronto ad accoglierlo nella sua lussuosa residenza in nome dell’amore per l’America. Ma dopo un caloroso benvenuto, John si rivelerà pian piano la persona che realmente è…

L’Arte di vincere – Moneyball, il precedente e acclamato film di Bennett Miller, era stato un trionfo ottimistico, di quelli capaci di farci comprendere l’importanza di vincere nella vita anziché nello sport. Sono tanti i cineasti che nel corso degli ultimi anni si sono misurati con questo tema (Clint Eastwood, Michael Mann, David O. Russell e altri ancora), ma pochi lo conoscono e di conseguenza lo padroneggiano con la grazia che ha ormai acquisito il regista di Capote. Al cinema americano in generale piace senza dubbio mettere a segno film di questo tipo, e un clichè quanto mai affermato ci dice che chi nella vita sembra senza speranza può trovare anche in una medaglia la possibilità di riconquistare se stesso e i propri cari. In Foxcatcher, questa lotta (interiore ed esteriore) portata avanti dai protagonisti appare però sotto le mentite spoglie di una frustrante attesa piuttosto che come la gloriosa rinascita che altre opere promuovono. Quindi, se il punto di partenza del film appare come familiare, possiamo stare certi che i suoi risvolti non lo saranno.

Molti vedono negli interpreti del film la cosa migliore da sottolineare in questo Foxcatcher. Miller ha in effetti trovato dalla sua un gruppo di attori che messi assieme rappresentano probabilmente il miglior casting visto negli ultimi tempi. Scommessa vinta quella di far scoprire a Steve Carell un lato oscuro e inquietante che mai avevamo visto prima. Sceglierlo per interpretare un personaggio disturbato e disturbante poteva apparire a priori come una decisione stonata (Carell non era mai andato oltre il grottesco di A cena con un cretino). L’attore che abbiamo conosciuto nelle commedie è invece semplicemente indimenticabile nei panni del miliardario protagonista: l’impressionante make-up può averlo indubbiamente aiutato nel far entrare il pubblico nella parte, ma è la sua interpretazione minimale, fatta di impercettibili movimenti e increspature, che ha reso possibile questo risultato al di là di ogni umana aspettativa. Supportato da un turbato Channing Tatum e da un fenomenale Mark Ruffalo, dà vita ad un personaggio disposto a tutto pur di essere accettato dalla propria madre (Vanessa Redgrave).

La caratterizzazione dei personaggi non è però l’unica carta vincente del film. È la regia incredibile di Miller, con panoramiche che sembrano dipinti e un montaggio semplicemente perfetto (alcuni stacchi lasciano a bocca aperta gli spettatori più attenti), a fare di Foxcatcher un film gigantesco. Lo sguardo del regista coglie il dolore nelle sue figure tragiche, deformate (letteralmente) da un’infinita frustrazione. È forse questo l’aspetto che meno avvicina il favore del pubblico (e dell’Oscar) al capolavoro di Miller, ma l’amara parabola di Du Pont mette a nudo l’ipocrisia di un’intera nazione, smaniosa di vincere per essere celebrata. Le scene lancinanti (a cui Miller comunque non regala alcunché di lacrimevole) vengono inserite all’interno del film in un crescendo continuo, che vede il proprio climax non in una palestra o in un’arena urlante come accade in Warrior, The Wrestler o in The Fighter, ma nella realizzazione del documentario prodotto dal protagonista, che da solo testimonia la falsità e la disarmante tristezza della scalata di Du Pont. Senza nulla togliere al piacere della sorpresa due di queste scene valgono la pena di essere sottolineate per meglio realizzare la grandezza del film: una è quella in cui uno dei cavalli della genitrice (in una sorta di versione antropomorfa della madre?) sembra rifuggire da un devastato Du Pont; la seconda è quella in cui la madre assiste agli allenamenti, e il figlio finge di insegnare ai propri atleti alcuni fondamentali. Sono attimi amari, di vite spezzate e impotenti, incapaci di emergere e conquistare un proprio spazio nel mondo.

A parere di chi scrive però il momento che più avvicina Foxcatcher alla statura di un classico è un altro. Du Pont, in un torneo amatoriale da lui stesso finanziato, batte un anziano concorrente in una manifestazione al limite del ridicolo. La lotta tra i due (intervallata da scene di bambini che praticano lo stesso sport, giusto per far intuire la differenza tra divertimento e stupidità) termina con l’immeritata vittoria di Du Pont: “trionfo” che condividerà solo con il suo atleta, mentre il concorrente sconfitto, accettata la debacle, si allontana con una numerosa famiglia al seguito facendoci intuire la futilità della gloria di fronte al calore dell’amore. Sapevamo che il detto “vincere non è tutto” ha un fondo di verità, ma nessun altro film ce lo fa capire in maniera più dolorosa di questo.

Verdetto

Straziante, doloroso, amaro e autentico, questo è il più grande film sullo sport degli ultimi tempi.

-I.B.

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