“Elle” di Verhoeven, tra thriller e cinema d’autore europeo

Image from the movie "Elle"
Elle (Paul Verhoeven, 2017)

Tra dramma e commedia, thriller e cinema d’autore, Verhoeven firma un film inclassificabile. |

Poster for the movie "Elle"

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Un film radicale come Elle, presentato un anno fa a Cannes e oggi in sala, probabilmente riscuoterà presso lo spettatore medio due possibili accoglienze diametralmente opposte tra loro: un sì deciso o un no altrettanto convinto. Mai come in questi casi, vien da dire, tertium non datur. Come introdurre altrimenti il film di Verhoeven, definito maestro da tanta critica e la cui carriera ha vissuto un’apice di notorietà quando Sharon Stone ha accavallato le gambe? L’acqua sotto i ponti è stata abbondante dall’ultima volta del cineasta olandese: correva l’anno 2006 e il suo Black Book pareva destinato a fregiarsi del titolo di epilogo di una carriera inclassificabile.

Una decade dopo eccoci alle prese con un altro lavoro, l’adattamento cinematografico del romanzo “Oh…” del francese Philippe Djian, vincitore agli ultimi Golden Globe come miglior film straniero. Michelle “Elle” Lebiano (Isabelle Huppert) è vittima di uno stupro da parte di un misterioso uomo incappucciato, osservata impunemente dall’indifferente gatto di casa. Quasi impassibile di fronte a quanto accaduto, la donna continua la vita di tutti i giorni, egoistica e senza morale: prima (non) aiuta l’ingenuo figlio e l’algida compagna in dolce attesa, poi cerca con metodi illeciti di smascherare un misterioso hacker infiltratosi nel file system del suo nuovo videogioco inserendovi animazioni sconce (la protagonista è una sviluppatrice informatica), quindi seduce il vicino di casa al cenone di Natale. Mentre i tradimenti e il rimescolamento tra coppie si susseguono senza soluzione di continuità, il violentatore mascherato tornerà a farsi vivo…

Poco sopra si faceva riferimento alle difficoltà nel catalogare l’opera di Paul Verhoeven secondo coordinate generali. Sfuggendo per l’ennesima volta a qualsiasi tentativo di inscatolamento, l’olandese con Elle firma un’opera tipicamente europea, d’essai, in grado però di recuperare il sapiente uso della tensione che spesso incamera il thriller di Hollywood (con qualche “jump-scare” in verità piuttosto telefonato). L’incipit, che annulla qualsiasi momento di ambientamento per immergerci nella storia, lascia lo spettatore in una situazione di disagio. Ciò che non sappiamo ancora -salvo eccessive letture prima della visione- è che la vendetta di tanto cinema americano viene qui sostituita dalla morbosità carnale di un rapporto fuori da qualsiasi schema. L’invito per chi non ha visto il film è di astenersi dal proseguo la lettura.

Proprio la relazione vittima-criminale tutt’altro che lineare o razionale diviene la cifra distintiva del film: criticabile sotto qualsiasi profilo logico ma sorprendentemente disturbante è la resa pratica. Vien da interrogarsi se Elle non celi allora qualche metafora: tuttavia, è probabilmente la volontà di minare alla base le certezze della classe borghese (quella a cui più di ogni altro sono indirizzati i cosiddetti “film d’autore”, ammesso che la definizione sia valida) ma soprattutto la comprensione che la vita reale talvolta sfugga a qualsiasi regola a spingere il libro prima e il film poi verso territori (apparentemente?) estranei agli schemi della vita vera.

Per quanto mostri il fianco ad ogni forma possibile di parodia o presa in giro, Elle ha dalla sua la giusta componente mistery per essere seguito sapendo che ogni colpo di scena è possibile. Persino la dolce mogliettina infatuata di papa Francesco si dimostra alla pari dei suoi vicini il personaggio squallido che è realmente; è a lei che viene riservata la battuta più spiazzante dell’intero film. Ultimo ma non ultimo, la capacità di muoversi tra momenti drammatici di perversione e intermezzi della commedia più sagace fanno del film uno dei casi recenti più anomali.

I.B.

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