Collateral Beauty: Un Canto di Natale ruffiano e didascalico

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Collateral Beauty (David Frankel, 2017)

Collateral Beauty si affanna per coprire, in una durata a torto esigua che non rende giustizia a personaggio o avvenimento alcuno, le storie di un protagonista senza presa e ben sette comprimari |

Autore di emozionanti classici entrati nell’immaginario dei cinefili di tutto il mondo, Frank Capra mostrò come il film di qualità necessitasse, ancor prima che di grandi attori, registi, scenografi o compositori, di eccellenti scrittori per poter essere definito tale. Parafrasando il suo noto pensiero, la sceneggiatura è la parte più importante dell’intero processo creativo, ma è paradossalmente la meno considerata. Con la figura dello sceneggiatore non si intende indicare il soggettista o il romanziere, ma più specificamente colui che traduce la vicenda nel complesso linguaggio cinematografico. La redazione di  uno “screenplay” all’altezza è il nucleo di ogni buon film o, riallacciandoci a Collateral Beauty, la prima tessera di un domino la cui apparentemente banale caduta causerebbe una reazione a catena disastrosa sull’intera costruzione.

È quello che succede nell’ambizioso progetto di David Frankel, diavolo di Prada che ha dato il suo meglio facendo birdwatching o raccontando la crisi di un matrimonio. Ambizioso nella trama, che rielabora “Canto di Natale” in chiave moderna, nel galattico cast, nella volontà di farsi monito per le anime e solletico per i cuori. In sostanza, un Cinema d’altri tempi che va a rispolverare nientemeno che La vita è meravigliosa (1946) nella segreta speranza che le odierne platee abbiano dimenticato l’operato di Frank Capra.

Cosa ti inventi se vuoi vendere le azioni della tua azienda ad un allettante compratore ma un tuo socio (Will Smith), orfano di una figlia e refrattario a qualsiasi modalità di comunicazione, preferisce occupare il proprio tempo scrivendo letterine ad astrazioni quali Amore, Tempo e Morte? Colti da un’illuminazione, tre suoi “amici” (Edward Norton, Kate Winslet e Michael Peña) assoldano un terzetto di petulanti interpreti (tra cui Helen Mirren e Keira Knightley) che si fingano le incarnazioni delle suddette entità, pronte a rispondere al loro interlocutore di pennino. Fare e modificare un video che dimostri l’insanità mentale del soggetto per proporne l’esclusione dalla governance dell’agenzia sarà la parte conclusiva del malefico stratagemma, reso ancor più malvagio dall’essere ordito alla vigilia del Natale.

Inutile cercare di difendere l’indifendibile. Spesso la critica americana può avere abbagli (Carpenter), ma stavolta le prime reazioni che ci giungono dal Nuovo Mondo non sbagliano nel bocciare spietatamente l’ultimo lavoro di Franklin.
Il film si affanna per coprire, in una durata a torto esigua che non rende giustizia a personaggio o avvenimento alcuno, le storie di un protagonista e ben sette comprimari (!). Se Collateral beauty fosse stato diretto da un regista abile nel padroneggiare un alto numero di interpreti (pensiamo al Wes Anderson dei Tenenbaum) avremmo anche accettato il limitato minutaggio, ma nel caso in questione ciò significa azzerare le possibilità del progetto intero. Il regista ricorre quindi al didascalismo a tratti insostenibile di una sceneggiatura vacua, tanto che gli sviluppi successivi alla scena che vediamo risultano di volta in volta pronosticabili con precisione. Non può bastare un colpo di scena inaspettato, che sorprende sul momento ma che guardando a ritroso ciò che lo ha preceduto appare forzato, per risollevare le sorti dell’infelice operazione. Per concludere l’opera in bellezza, il siparietto finale raggiunge livelli di messa in scena quasi imbarazzanti, facendo calare il sipario prima del lancio dei pomodori.

Difficile allora commentare Collateral Beauty con qualcosa di diverso che non sia l’esclamare: “che peccato!”. Perché onestamente il soggetto poteva avere i suoi risvolti di interesse, se epurato della cornice fin troppo ruffiana e satura (la voglia di maternità di una donna di mezza età, il filmino della figlia da vedere e rivedere per crogiolarsi nel dolore, il circolo dove elaborare la morte di un proprio caro). Per l’identità delle figure presentate sono fin troppo pleonastici gli insegnamenti da trarre: il Tempo ne ha a male perché le ore che ci dona le sfruttiamo male, l’Amore tesse la sua tela e l’opposizione al suo disegno non può rappresentare una soluzione percorribile, la Morte dice che in tutto c’è bellezza – dando se non altro una parvenza di sensatezza al titolo.

Forse un regista capace di donare al film un’atmosfera più surreale/magica e, soprattutto, uno sceneggiatore capace di rendere maggior giustizia alle personalità cui ci troviamo di fronte avrebbero parzialmente trasformato questo scadente prodotto in un film nella media.

-I.B.

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