Clint Eastwood: 15 anni di capolavori

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Monografia parziale/omaggio ad un grande regista |

Mi accorgo in questi giorni di non aver mai fatto presente su questo blog quale sia stata la figura che più di tutte le altre mi ha avvicinato ad un cinema di un certo livello e impegno: beh, quella figura è senza dubbio il Clint Eastwood degli ultimi 15 anni, il regista di alcuni tra i capolavori che più mi hanno segnato. Faccio il punto – o meglio, ci provo-, sull’ultima parte della carriera del leggendario attore e cineasta, quella che per prima ho vissuto e che è funzionata da tramite verso tutte le altre meraviglie della cosiddetta settima arte. Tale omaggio non può che essere corredato infine di un’umile “pagellina”, un passatempo col quale tento di assegnare i voti alle sue ultime pellicole, consapevole delle mie limitate capacità di giudizio e del fatto che, come diceva il critico culinario di Ratatouille, “anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale”.


Dove eravamo rimasti

Dopo la parentesi di fine millennio/inizio secolo di Space Cowboys e Debito di sangue, Clint Eastwood si affaccia al nuovo decennio con la fama già ben nota a gran parte del pubblico di “grande regista”. Oltre ad opere come Un mondo perfetto (interpretato al fianco di Kevin Costner) e I ponti di Madison County (in cui è fotografo di National Geographic e innamorato di Meryl Street), l’ex attore feticcio di Leone ha anche realizzato con Morgan Freeman e Gene Hackman Gli spietati, che la critica concorda essere l’ultimo grande western della Storia del Cinema, una sorta di crepuscolare inno alla frontiera. Come però il tempo dimostrerà, la maturazione del regista è lungi dall’essere completa (forse non lo è ancora oggi, 82 anni suonati e un nuovo film in uscita): nuovi capolavori vedranno infatti la luce a partire dai primi anni 2000.

Image from the movie ""

© − All right reserved.

Mystic River: strade perdute

Per cominciare, il 2003 lo osserva girare un meraviglioso e poetico crime drama incentrato sulla biografia di tre ragazzi che vedranno nel corso delle proprie sfortunate esistenze modificare radicalmente il loro rapporto di amicizia. Intenti a giocare sulla strada, uno di loro viene adescato grazie ad un banale stratagemma da un pervertito, il quale lo segregherà in casa propria per qualche giorno. Il ragazzo fuggirà ponendo momentaneamente fine al dramma personale, ma la vita lo chiamerà ad altre dure prove: da adulto (Tim Robbins) verrà infatti accusato dell’omicidio della figlia del suo vecchio amico (Sean Penn), il tutto mentre le indagini vengono affidate al terzo di loro (Kevin Bacon).

Mystic River è forse in assoluto il film più pessimista di Eastwood. Di certo il più malinconico. Riesce a chiarire meglio di qualunque altro suo film come lo scorrere del tempo sia in grado di modificare i rapporti tra le persone e come vita e morte siano indissolubilmente legate in una danza struggente (delicatamente commentata dalle dolenti note della colonna sonora dello stesso Eastwood). Stilisticamente Clint si avvicina al cinema classico, le sue inquadrature sono cupe, pulite, taglienti: un pattern che manterrà per quasi tutti i film che verranno. Il sentimento abbonda, ma non viene sbandierato, perché i personaggi sono cosi umani e dolenti che emozionarsi risulterà comunque inevitabile: l’immagine di tre nomi incisi su un tappeto d’asfalto suggellerà negli ultimi frame la leggenda del film.

Piccola annotazione: la scelta di proporre il logo della casa di produzione in bianco/nero (eccezion fatta per Changeling, a capo dei suoi film troveremo sempre la Warner Bros.) diventerà di qui in avanti un vero e proprio marchio di fabbrica del cineasta.

Image from the movie "Million Dollar Baby"

© 2004 Lakeshore Entertainment − All right reserved.

Million Dollar Baby: Ragazza vincente

Million Dollar Baby del 2004, che impone Clint come miglior regista agli Oscar per la seconda volta dopo Gli spietati, è invece un pregevole film sportivo che trae spunto da una sorta di “Rocky rosa” ma evolve in maniera più complessa secondo i temi cari al regista (amicizia, dolore, separazione), imponendosi in ultima analisi come un provocatorio contributo pro-eutanasia.

Il ruolo di protagonista va alla bravissima Hilary Swank, la quale incarna le ambizioni e le fragilità di un’ottimista sognatrice bruscamente risvegliata dalla vita. L’attrice viene affiancata da Morgan Freeman (in uno dei suoi tanti ruoli di comprimario di lusso) e dallo stesso Clint Eastwood (in una parte meno stereotipata di quanto possa apparire a prima vista). Le musiche sono sempre sue. Sceneggiato dal genio di Paul Haggis, in sostanza si parla di uno dei film sportivi migliori che si ricordino: un k.o. emotivo.

Image from the movie ""

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Iwo Jima: orizzonti di gloria

Dopo un silenzio di un paio d’anni, nel 2006 il pluri-premiato regista si dedica al war-movie Flags of our Fathers, attraverso cui indaga l’amarezza dell’essere eroe di guerra prendendo spunto dalla celeberrima fotografia che Rosenthal scattò a Iwo Jima nel ’45 in seguito alla conquista statunitense della strategica isola nipponica (quella per intenderci che ritrae quattro marine intenti ad issare una bandiera americana). L’operazione, sponsorizzata dalla DreamWorks di Spielberg, ha come risultato la realizzazione di un buono/ottimo film di guerra che il cineasta predispone ad hoc secondo le sue inclinazioni registiche: stilisticamente impeccabile, il prodotto si bea della solita assenza di colore della fotografia di Tom Stern a corollario di un pessimismo palpabile, senza possibilità redenzione. L’opera sarebbe per farla breve distinta ma non memorabile, complice la grande tradizione che il cinema americano vanta da sempre in tale genere, se non fosse che la comunque brillante riuscita della pellicola suggerisce ad Eastwood di rigirare i medesimi eventi questa volta filtrati attraverso gli occhi del nemico.

Ne viene fuori Lettere da Iwo Jima, scritto ancora una volta da Haggis: si tratta di un film più maturo e profondo rispetto al gemello americano, importante, aspro, lancinante. Ken Watanabe offre una performance sbalorditiva, così come il resto del cast. Sebbene i temi trattati ancora una volta non esulino dai “diktat” del genere (la distanza dalla famiglia, l’asprezza del nemico e infine il contatto sempre diretto con la morte ecc), il dittico di Eastwood supera di gran lunga gli altri film del genere (come del resto il precedente MDB aveva fatto con lo sport movie) grazie ad un ritratto profondamente umano della spesso bistrattata cultura giapponese. Lettere da Iwo Jima ha inoltre il non secondario merito di amplificare la portata del suo gemello, grazie ad una struttura che abbandona lo spettacolo e vira sul sentimento.

Assentatosi per tutto l’anno successivo, il 2008 vede quindi Eastwood nelle sale in ben due occasioni.

Image from the movie ""

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Changeling e Gran Torino: America oggi (e ieri)

Changeling, interpretato da una convincente Angelina Jolie, è un dramma (storia vera) in costume ambientato nella L.A. degli anni ’30: la negligenza dell’FBI fa si che alla disperata protagonista sia riconsegnato non il figlioletto di cui era stata denunciata la scomparsa, bensì un bambino simile ricattato chissà come e perché. Le indagini della donna, supportata da un premuroso vescovo (John Malkovich), condurranno a risultati sconvolgenti. L’ennesimo dramma cupo suggella definitivamente il pensiero dell’autore: una concezione del mondo oramai spogliata di qualsiasi speranza, a cui ora si aggiungono preoccupanti macchinazioni di potere. Un discorso, quest’ultimo, che verrà poi recuperato e aggiornato nell’altrettanto dibattuto J.Edgar.

Gran Torino rappresenta forse il suo film più dibattuto: stucchevole parabola umana su integrazione e razzismo o complesso ritratto di un’America multietnica filtrata attraverso i volti dei due protagonisti (Eastwood e il vicino di casa Bee Vang)? La seconda, naturalmente. La critica nostrana lo celebra, quella USA frena… Ad un’analisi di senso compiuto in ogni caso Gran Torino andrebbe inserito in qualsiasi lista sui migliori film del decennio: spoglio, crudele, affilato. La statuaria portata dell’opera viene enfatizzata dal fatto che il personaggio centrale, quello di Walt Kowalski, venga annunciato come ultima presenza di Eastwood nelle vesti d’attore: peccato solo che questa trionfale uscita di scena sia stata solo temporanea, dacché Clint scenderà nuovamente in campo per l’amico Robert Lorenz nel 2012, con risultati non parimenti memorabili. Di nuovo in gioco è, al di là della sua innegabile capacità di intrattenere, un innocente film sul baseball, utile soltanto a rintuzzare il portafogli della Malpaso.

Image from the movie "Invictus"

© 2009 Spyglass Entertainment − All right reserved.

Per temi e interprete, Invictus del 2010 è invece la naturale evoluzione di Million Dollar Baby, oltre a costituire il primo tentativo dopo il biopic Bird di realizzare un capolavoro partendo da una (seppur parziale) biografia. Trattandosi di Nelson Mandela la parte va inevitabilmente Morgan Freeman, mentre Matt “Jason Bourne” Damon è il capitano della nazionale sudafricana di rugby.

Il film in sé questa volta non è un granché, e suggerisce fin da subito che i grandi personaggi della Storia, ai quali come detto Eastwood spesso si interesserà, non tireranno fuori il meglio dal cineasta (già da attore interprete di self-made man troppo solitari per appoggiarsi ad eroi e leggende). Il film infatti appare più come un’innocua agiografia, senza mordente o tensione. Storia e finale sono note, e Eastwood, un regista vecchia scuola, non ama troppo concedersi allo spettacolo fine a se stesso: qui è costretto a farlo e ne viene fuori la più classica delle opere minori.

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Hereafter: A matter of life and death

Il più bistrattato Hereafter (2010) è un poema ben più complesso e struggente della innocua storiella sul binomio vita/morte che qualcuno vorrebbe far passare. Costruito su tre interpreti centrali che nel corso degli eventi narrati entreranno in contatto con l’aldilà, l’Hereafter di Eastwood racconta l’universalità del dolore e ce lo restituisce senza sbavature né abbellimenti.

Ormai prossimo al prestigioso traguardo degli 80 anni, Eastwood non è più interessato solo alla vita e alla morte dei suoi personaggi, ma anche ad un post-mortem che si fa pieno di misteri, ombre. E la vita non ne è altro che la tormentosa anticamera. La cinepresa rimane comunque “con i piedi per terra”, nel senso che lo sguardo dell’autore rimane ancorato ai risvolti terreni dei superstiti, dei sopravvissuti, di coloro che attendono pieni di domande.

Rubando le parole di Diego Capuano: “affresco interiore, intimista e globale al tempo stesso, quello di Clint Eastwood è un cinema pessimista che sa però lasciare socchiusa la porta della speranza, questa volta contornando l’assunto con un alone quasi fiabesco, come esplicitamente suggerisce il fantasma di Dickens, che più volte ritorna in scena. Una figura che accompagna per mano i tre protagonisti del film (tre fantasmi, di cui un orfanello: tutto torna), portatori di una parabola umana moderna, ma con radici ancorate agli albori del sentimento umano”.

Per quanto, ad oggi, ultima storia di fantasia girata da Clint, Hereafter si muove tra le pieghe di eventi realmente accaduti, come lo Tsunami o l’attentato alla metro di Londra, in un affresco parzialmente debitore delle migliori trovate di Guillermo Arriaga.

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Da J.Edgar in poi: Storie pazzesche

Ed entriamo infine nella fase più deludente della parziale filmografia qui elencata: J.Edgar, Jersey Boys e American Sniper. Tre storie vere, a conferma di ciò che si diceva. Di tutte e tre ho già dato il mio parere; riepilogando: J.Edgar si guadagna con la consueta classe una stiracchiata sufficienza, Jersey Boys è un anomalo musical che dà il suo meglio quando vira su territori emotivi cari al regista, mentre American Sniper, inaspettatamente il suo più grande successo al box-office, è più un’incompleta ricostruzione in bilico tra il ringraziamento sentito e la presa di coscienza della più assurda ipocrisia (per citare…me stesso) che un ritratto totale di una leggenda. Senza ripetermi, potete approfondire il mio pensiero su questi tre film ai rispettivi link.


Come si è cercato di metter in luce, al netto di qualche perdonabile (sebbene apprezzabile) passo falso Clint Eastwood si è dimostrato forse il più grande cineasta americano degli ultimi anni (oltre a raffinato compositore di colonne sonore), presentandosi nelle sale con una regolarità spiazzante, comune forse al solo Ridley Scott, altro vecchietto arzillo di Hollywood. Con la differenza che mentre quest’ultimo lavora su script poco personali (oggi), Eastwood è stato in grado di creare una propria poetica improntata al classicismo, ma al tempo stesso molto moderna, integra. Autore, compositore, ma anche eccellente narratore, addirittura sopraffino e sofisticato cantore della condizione umana, è il più grande esempio di attore reinventatosi regista. Non si può far altro che attendere l’ormai vicino Sully gustando per l’ennesima volta alcuni dei suoi capolavori.


PAGELLINA

Mystic River: 9

Million Dollar Baby: 10

Flags of our Fathers: 7,5

Lettere da Iwo Jima: 9

Changeling: 7,5

Gran Torino: 8,5

Invictus: 5

Hereafter: 9

J.Edgar: 6

Jersey Boys: 6

American Sniper: 5,5


 

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