Captain Phillips – Attacco in mare aperto – La Recensione

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Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Paul Greengrass, 2013)

“Look at me! Look at me! I’m the Captain now!”|

captain_phillips5Da sempre ammiratore di storie incisive nella loro semplicità strutturale – quasi sempre i suoi film sono un testa a testa con la morte – il regista Paul Greengrass mette in scena la vera storia del mercantile statunitense Alabama, attaccato nel 2009 dai pirati somali che ne sequestrarono il capitano Richard Phillips. Sopravvivere diventò per il “cap” una corsa contro il tempo spietata e, sullo schermo oggi, avvincente.

Per quanto questa disavventura ad alta tensione non possa in alcun modo presentare i picchi d’azione di The Bourne Ultimatum -ricordate, Matt Damon che saltava da un tetto all’altro in Marocco?- così come non può riproporre la gravità storica di opere come United 93 o Green ZoneCaptain Phillips è il film più maturo del regista. Nel suo cinema e nel suo modo di intendere la prova attoriale da sempre si ripropone la medesima, semplice regola: uno sguardo del personaggio vale più di mille parole. E così, anche questa volta, il compito del regista si riduce a quello di un fotografo che ritrae la scena nella maniera più immediata possibile (zoomate, primi piani…), cercando di rendere istantaneo e spontaneo ciò lo spettatore sa essere frutto di un lungo processo lavorativo. Per questo motivo lo screenplay di Billy Raid, per quanto meraviglioso nella sua asciuttezza e compostezza ma soprattutto superbo nel seminare indizi sui caratteri dei personaggi, non ha bisogno di dichiarazioni solenni o di dialoghi da letterati per rimanere impresso. Con un simile materiale nelle mani, Greengrass si limita alla sua solita attività di osservatore privilegiato, di testimone oculare di un evento di cronaca, di documentarista estremo.

Eppure, per quanto il cinema di questo autore sia stato sempre solidamente costruito da frammenti di dialoghi e da montaggi estremi (notevole l’uso della camera a mano), qui siamo di fronte ad una formula che il regista non aveva mai pienamente attuata, almeno non con questa riuscita. Perché se ad una prima visione sono la tensione della rappresentazione e il ritmo serrato del montato -come al solito- a balzare all’occhio, qui Greengrass riesce a scavare nella psicologia dei personaggi come mai era riuscito a fare finora. Riproponendo una trama accostabile al Collateral di Michael Mann, Greengrass compie un ulteriore passaggio rispetto al suo (geniale) collega: esplora il cattivo di turno con un’abilità consumata che nemmeno il regista di Heat aveva mostrato. Ai più attenti non sarà certo sfuggita la terribile insicurezza del capo dei pirati somali Muse (un immenso Barkhad Abdi) mentre cerca di guidare i suoi verso una preziosa conquista: la ripetizione continua di alcune frasi da lui pronunciate, come “andrà tutto bene, vedrai!”, suonano quasi sempre come un’inconscia operazione di autoconvincimento. L’acutezza di alcune scene, soprattutto quelle in cui dimostra di avere un cuore dietro ad un’artificiosa ruvida apparenza, rimangono giustamente impresse e offrono al film una chiave di lettura sconvolgente e quasi commovente. Sul fronte opposto, Hanks è in grado di esprimere uno spettro di sensazioni che vanno dalla paura alla compassione, dal timore alla presa coscienza di un gesto folle dettato dalla disperazione. Altre sequenze, invece, sono decisamente monumentali e tese, come quando gli idranti dell’Alabama vengono attivati nel disperato tentativo di far affondare l’imbarcazione dei pirati. E a proposito di armi da fuoco e servizi segreti, le ambientazioni e i personaggi del film potrebbero risultare in qualche modo familiari, soprattutto se inseriti in giochi di potere e servizi segreti. Al contrario, Captain Phillips nasconde un nucleo assolutamente originale e più audace, che si interroga – e lo fa forse in maniera inconscia- su questioni assolutamente complesse: fino a che punto l’azione dei pirati meritava una simile punizione? Un americano vale più di quattro somali? Greengrass non è naturalmente alla ricerca di questioni su cui filosofare né sulle tracce di un film-inchiesta, eppure Cap Phil nasconde una rabbia che, per quanto strozzata dal nero dei titoli di coda, trova parziale sfogo nel pianto di Tom Hanks alla fine del film (“E’ ferito Capitano?””Questo sangue non è mio!”: terribile). La sopravvivenza finale dell’eroe è motivo per cui tirare un sospiro di sollievo, certamente, soprattutto perché si tratta di un evento realmente accaduto. In realtà, scoprire che ne è stato dei pirati e del loro capitano sono note di puro dolore, amplificate dalla consapevolezza di una condanna eccessiva per un tale -ingiustificabile, sia chiaro- gesto.

Captain Phillips rimane un’opera ingiustamente scambiata come celebrazione della nazione americana e degli estremi gesti che lo Stato sarebbe disposto a fare per i suoi fedeli cittadini. Ironia della sorte, quella di Greengrass voleva forse essere una (parziale) condanna. Ma non importa, perché anche con una denuncia esplicita nessuno ai piani alti si sarebbe attivato per sostenere concretamente i veri pescatori somali che per far fronte allo strapotere delle multinazionali devono quotidianamente rapinare navi. Come dice Ken Loach:

“un film non è un movimento politico, un partito e nemmeno un articolo di giornale. Nel migliore dei casi può aggiungersi alle voci di pubblico sdegno”

Peccato solo che il film di Greengrass sia stato lodato esclusivamente per il suo aspetto strettamente cinematografico.

– I.B.

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One comment

  • Ciao :)
    Io l’ho trovato un film abbastanza inutile… mi sarebbe piaciuto approfondissero maggiormente il divario tra i “due capitani”, invece di cadere nell’idea che uno è buono e l’altro è cattivo. Potevano farci vedere maggiormente il punto di vista del capitano nero, farcelo comprendere e capire di più, invece di rendere il tutto un po’ un polpettone americano… In genere abbiamo gusti simili, quindi mi ha sorpreso questo tuo giudizio 😛

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