Cafe Society – La Recensione

Image from the movie "Café Society"
Cafe Society (Woody Allen, 2016)

Cafe Society sa essere come di consueto un contenuto per aforismi e battute taglienti da annotare e ricordare |

Poster for the movie "Café Society"

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Presentato diversi mesi fa a Cannes, l’ultimo Woody Allen vede come protagonista un giovane Jesse Eisenberg sbarcare alla Mecca del Cinema con l’intento di raggranellare qualche soldo alla corte dello zio d’America Steve Carell, agente delle celebrità più in voga. Negli scintillanti ambienti di LA, l’inesperto ragazzo scoprirà l’amore non in una star, ma in un’umile segretaria del parente, Kristen Stewart. Tutto sembra far intendere che tra i due si svilupperà l’intesa, ma i nodi verranno al pettine quando si scoprirà che la ragazza è in realtà l’amante segreta del magnate.

Già con Magic in the Moonlight Allen aveva interrotto il contestato “periodo turistico” della sua carriera (sebbene anch’esso avesse prodotto risultati spesso e volentieri eccellenti). Dopo il discreto Irrational Man, Woody decide di fermarsi ancora in America, e più precisamente in quella Hollywood cui non ha mancato di riservare autentiche rasoiate (Io & Annie). Quel cinismo il regista di New York non lo ha mai perso, e anche Cafe Society sa essere come di consueto un contenuto per aforismi e battute taglienti da annotare e ricordare.

Non sappiamo, al netto dei dialoghi come detto sempre taglienti, come alla fine giudicare l’operazione Cafe Society. Perché sebbene il film sia decisamente piacevole, il confezionamento stiloso oltre ogni aspettativa e il cast ben amalgamato (Kristen Stewart in un ottimo ruolo dopo quello in Still Alice, che trasformò la sua reputazione da ragazza dei teen movie a vera attrice, Steve Carell in continua mutazione dimostra una volta di più la statura che ha raggiunto come interprete in ogni tipo di ruolo), la ripetitività di Allen è evidente. Un conto è la reiterazione dei temi cari (ogni regista li ha, e non è questa veloce recensione la sede piu opportuna per sviscerare quelli alleniani, tutti presenti), e un conto è l’omologazione che a partire da Midnight in Paris ha coinvolto ogni aspetto dei suoi film (dalla fotografia ai finali tutti uguali).

Sarebbe quindi forse banale chiudere uno spunto di questo tipo definendo Cafe Society un film “solo carino”, ma d’altronde imbastire un discorso più ampio, coinvolgendo quindi l’intera carriera del cineasta, risulta per le mie modeste conoscenze impossibile. Limitarsi a consigliare il film a coloro che già amano Allen, in particolare gli ultimi prodotti (Blue Jasmine, Midnight in Paris, Match Point) è allora il miglior compromesso.

I.B.

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