Allied: Zemeckis e Knight si alleano e vincono

Image from the movie "Allied"

Nonostante l’aspetto rètro, Knight e Zemeckis costruiscono una storia tipica dei nostri giorni, ossessionata dalla falsità del rapporto coniugale |

Poster for the movie "Allied"

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1942 – Coniugi per conto dei servizi segreti, Max (Pitt) e Marianne (Cotillard) si conoscono sul campo di battaglia a Casablanca, con il compito fare piazza pulita all’ambasciata tedesca. La presunta impenetrabilità emotiva che i due mostrano armi alla mano è condannata a vacillare e solo un anno e un matrimonio più tardi la piccola Anna vedrà la luce. La complicità tra i due sembra imperturbabile, ma un’ombra nascosta è pronta a svelarsi in una scomoda rivelazione, la cui veridicità è ancora da accertare…

L’illusione è la base del Cinema e a Zemeckis bastano i vertiginosi* primi 10 secondi di Allied – Un’ombra nascosta per dircelo. E continua su questa linea per tutto il film, dove oltre l’ovvio srotolarsi della trama si insinua la riflessione sul rapporto tra interprete e personaggio, tra autentico e calco, con il secondo che può inghiottire e fagocitare il primo. Le eclatanti abilità recitative dei due insider divengono affilate armi a doppio taglio insinuanti il dubbio che il labile confine tra percezione e realtà sia ben più concreto di quanto ipotizzato.

Il “plot twist” già abbondantemente anticipato dai vari spot tv, vale a dire il sospetto nei confronti della donna (apparentemente una spia al servizio del Terzo Reich), consente a Zemeckis di architettare una lenta prima parte a Casablanca, ricalcando Curtiz e lasciando il pubblico a caccia di indizi sulla presunta colpevolezza della Cotillard. Nella seconda lo sceneggiatore Steven Knight (Locke) gira lo sguardo verso l’Europa e il cambiamento di prospettiva è radicale: saldato il debito con la Hollywood classica viene ricostruito un mondo sommerso come ne La promessa dell’assassino, dove è ancora la famiglia (meno) tradizionale, cellula embrionale della società, a farsi immagine dei rapporti odierni, ossessionati dalla patina della finzione e dalla sovraesposizione (la coppia omosessuale). Non inganni quindi la prospettiva rétro: Allied è un film dei nostri giorni. Se da un lato solletica l’immaginazione visiva di Zemeckis e consente a Knight di cementare alcune sue peculiarità (nelle sue sceneggiature i fiocchi rosa costituiscono sempre l’occasione per una totale rottura o per una ritrovata unione, la persona amata come territorio misterioso la cui esplorazione implica l’emergere di verità nascoste), dall’altro si pone in appendice ad una serie di recenti produzioni incentrate proprio sul matrimonio, tra le quali pare impossibile non citare Gone Girl o il gioiellino Regali da uno sconosciuto.

Come Michael Curtiz così Robert Zemeckis, in verità più concentrato sul racconto “stricto sensu” che sulle sue implicazioni teoriche, arricchisce la ricetta con una regia sobria che sa quando lasciare spazio al dialogo e quando cesellare con la dovuta classe (la scena in macchina è inventiva come poche altre sequenze d’amore). E il resto lo fa la Cotillard, bellissima femme fatale che fa il verso a Ingrid Bergman e bastarda senza gloria che spedisce il compagno a dormire in terrazza.

Anche se il risultato complessivo è un film oltre la media, le pieghe irrisolte nella narrazione indicano che Allied avrebbe potuto essere qualcosa in più – si pensi soltanto all’incolore generale tedesco, pallida imitazione dell’inarrivabile ufficiale di Claude Rains. Ci si accontenta pure del finale, sebbene la palese certezza di quanto accaduto e soprattutto dei reali sentimenti della moglie tolgono un poco di fascino al mistero iniziale.

*nel senso “hitchcockiano” del termine (vedi i titoli di testa de La donna che visse due volte)

I.B.

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