The Legend of Tarzan – La Recensione

Image from the movie "The Legend of Tarzan"
The Legend of Tarzan (David Yates, 2016)

Se le critiche vanno rivolte in prima istanza ad attori, CGI e sceneggiatori, il principale rammarico è quello di aver avuto, assistendo alla proiezione, la spiacevole sensazione di assenza di passione nel progetto |

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Le cose sembrano stare cosi: ogni generazione ha bisogno della propria versione dei miti e delle fiabe che hanno costituito per gli spettatori del passato (e non solo) fonti inesauribili di immaginazioni e sogni. Invero, si tratta più realisticamente di impeti commerciali e di un pubblico poco propenso a misurarsi con nuove realtà. Accade quindi, che dopo i vari Godzilla, L’uomo d’acciaio, Alice in Wonderland, Il Libro della Giungla e Star Trek, anche Tarzan decida di aggiornarsi ai giorni correnti grazie alla nuova trasposizione in 3D diretta da David Yates.

Ma non chiamatelo più Tarzan. Il nostro eroe (anzi, supereroe, in un’evidente e degradante deriva fumettistica) è oggi un nobile lord inglese avvezzo alle più svariate comodità mondane. Richiamato in Africa per indagare circa la sospetta costruzione di una ferrovia nel cuore del Congo, ritroverà amici e nemici che avevano segnato la sua prima esperienza nel Continente Nero.

Se il calore e la classe degli effetti speciali del Libro della Giungla di Favreu avevano permesso a quel blockbuster mozzafiato di vincere la propria partita su un terreno impervio ed esigente come quello della CGI, questo nuovo episodio sull’uomo-scimmia vede già consumarsi le sue possibilità di riuscita sul medesimo campo. Gli animali di The Legend of Tarzan appaiono più pupazzoni digitali da quattro soldi che costose prodezze digitali: la loro interazione con l’ambiente non è mai realistica quanto dovrebbe, ma, cosa ben più grave, nessuno di loro possiede un’anima, quella che per intenderci possedevano i vari Cesare e Kong nelle ultime rispettive apparizioni e che li ha resi così empatici agli occhi di noi spettatori.

È comunque colpa anche di una certa indecisione sul tono che il film debba assumere se la componente visiva fa tutto tranne che eccellere: si crea uno spiacevole collage di riprese dai toni diversi, mai armonizzate secondo un canone visivo (la fotografia non dà l’idea di essere unitaria). The Legend of Tarzan appare come un film ancora in fase di lavorazione, in attesa di essere rifinito, integrato con altre riprese, sistemato nei dettagli.

Lo stesso Yates alla regia non riesce poi a rendere come vorrebbe gli scontri fisici tra i personaggi e le svariate scene d’azione: un occhio eccessivamente vicino all’azione (la cinepresa indugia nel stare ad un palmo di naso dagli attori) fa sì che cazzotti e spari avvengano fuori dal campo visivo degli spettatori rendendo i momenti di massima adrenalina incomprensibili e rumorosi.

Poca importanza in fondo riveste quest’ultimo aspetto se poi a crollare sono le fondamenta stesse del film, ossia la scrittura. Intenti politici (l’Africa pronta a fare a meno della pedante presenza occidentale) e filo-naturalistici (sebbene i gorilla mangani e gli ippopotami si trasformino in assassini senza pietà alcuna) si annullano in una sceneggiatura sciatta, dove il dialogo tra i personaggi non va mai oltre l’aperto sbandieramento di intenti e dichiarazioni d’amore, spiegoni e minacce. E se né Christoph Waltz, costantemente imbrigliato tra i fratelli minori del viscido colonnello Landa di Bastardi senza gloria, né Samuel L. Jackson riescono a dare pepe alla storia, non si può chiedere né alla vestitissima Margot Robbie né tanto meno ad un monocorde Alexander Skarskard di aggiungere qualcosa di significativo a questo The Legend of Tarzan.

Di questo film ci rimarranno probabilmente impresse le sue bizzarre e assurde trovate, che aiutano a dimenticare la stupidità degli eventi narrati (perché Tarzan è diventato un antipatico snob durante la sua permanenza britannica?) e le molteplici contraddizioni logiche della storia (il protagonista dovrebbe lottare con il “fratello” mangano per quale ragione, se poi nella scena successiva agiscono fianco a fianco?). Davvero un risultato poco consono alle ambizioni di questo progetto.

Se quindi le critiche vanno rivolte a parere del sottoscritto in prima istanza ad attori, CGI e sceneggiatori, il principale rammarico è quello di aver avuto, assistendo alla proiezione, la spiacevole sensazione di freddezza, al limite estremo dell’abbandono al menefreghismo: The Legend of Tarzan appare un prodotto senza cuore, privo della minima fascinazione nei confronti di un personaggio e del suo universo, finanche della passione per la spettacolarità degli elementi in gioco. Senza, in altre parole, tutto ciò che sarebbe giusto aspettarsi quando si entra in un cinema per farsi raccontare una storia.

I.B.

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