12 Anni Schiavo – La Recensione

Image from the movie "12 Years a Slave"
12 Anni Schiavo (Steve McQueen, 2013)

Alle prese con il dramma della schiavitù, McQueen realizza un film riuscito ma non indimenticabile |

12-anni-schiavo-locandinaC’è stato uno strano andamento (che sarebbe degno di essere approfondito con un grafico su foglio elettronico) nel come i critici hanno valutato questo film negli ultimi mesi. A dicembre, quando l’ultima fatica di Steve McQueen fu proiettata in anteprima al festival di Toronto (l’anticamera dell’Oscar) la reazione dei giornalisti di tutto il mondo fu pressoché entusiasta (“era chiaro che non avrebbe avuto rivali” si sentenziò a giochi fatti dopo il suo trionfo canadese), e tale rimase per le successive settimane precedenti la fatidica serata del 2 marzo, quella che cambierà per sempre la carriera di chi ha contribuito a fare 12 Anni Schiavo. Eppure la vittoria dell’Oscar – McQueen ha vinto il premio al miglior film – spesso gioca brutti scherzi, spingendo chi di dovere (giornalisti, critici, pubblico(?)) a inserirsi controcorrente rispetto alla massa entusiasta, quasi a voler esibire un personale intuito critico capace di andare contro l’unanimità schiacciante di consensi ottenuti dal film. Molti critici, da allora, insorgono con una serie di accuse riguardanti il modo di esibire la violenza del regista londinese e cose simili, come quando John Carpenter venne accusato di essere un “pornografo della violenza”. Eppure, da sempre, c’è una legge che il critico deve rispettare: non pensare mai che il pubblico sia stupido. A ben guardare di Oscar immeritati ne abbiamo avuti molti negli ultimi anni e a tutti i livelli. Tra le scelte più eclatanti degli ultimi anni, The Hurt Locker miglior film e Sandra Bullock miglior attrice per The Blind Side. Ma è e rimane innegabile che criticare le scelte dell’Academy e quindi i suoi eletti rimanga uno dei passatempi preferiti (e inutili) di chi si occupa di cinema. Vittima di questi meccanismi perversi e malati, finisce per esserlo, inaspettatamente, anche 12 Anni Schiavo. Meritatamente, stavolta, forse.

Il regista Steve McQueen è un artista intelligente, capace di ripetersi senza mai citare se stesso né finire con fare del proprio stile maniera. Diverso per svolgimento e ambientazioni rispetto ai precedenti Shame e Hunger, 12 Anni Schiavo non dimentica di esporre il tema da sempre più caro al regista: la violenza patita dalla carne e la conseguente esplorazione spirituale dentro se stessi. Già Shame ci aveva parlato di un viaggio (interiore) che trovava sfogo nella fuga solitaria di un Fassbender sessuomane lungo le strade deserte di Manhattan. 12 Anni Schiavo, dietro al suo aspetto più classico ed equilibrato, capace di trovare una mediazione molto gradita tra il burocratico Lincoln di Spielberg e l’eccessivo Django Unchained di Tarantino, si trova ad operare su un livello più immediato e intuitivo rispetto ai due film precedenti, rendendo il film in qualche modo riconducibile a qualcosa di già visto o vissuto. Per farla breve, e con le dovute precauzioni, è paragonabile a Il pianista di Polanski.

Sotto il profilo tecnico, il passato da fotografo del regista qui si palesa con piani sequenze/fermi immagine e con alcuni dettagli capaci quasi di bucare lo schermo, come quando le eliche rosse di una nave mercantile coprono l’intero formato immagine con il loro colore rosso sangue che spalanca simbolicamente a Solomon le porte dell’Inferno. Eppure anche nella disperazione più profonda della schiavitù, quando Fassbender si prende di diritto lo scettro di cattivo del film e Solomon si rassegna ad un’esistenza fallita, il regista dipinge – perché di pittura si tratta nel film di McQueen- un personaggio razzista debole e fragile, combattuto tra l’attrazione morbosa verso l’innocente “negra delle negre” Patsey di Lupita Nyong’o e la sottomissione verso una moglie addirittura più cattiva di lui, la quale lo implora di sacrificarle la sua schiava prediletta in nome del loro amore.

Dal punto di vista narrativo, il procedere lento degli eventi rende bene lo scorrere del tempo e la quotidianità della disperazione del protagonista, facendo assumere all’opera i connotati di un’odissea epica e classica, in cui l’elemento della ricerca viene sostituito con quelli della rassegnazione e dello sconforto. Lungo la strada di Solomon personaggi ben tratteggiati dalla sceneggiatura di John Ridley trovano una propria dimensione: un viscido Paul Giamatti, un posato ma glaciale Benedict Cumberbatch e un fragile e malato Paul Dano meritano una menzione per le loro ineccepibili prove nei panni dei bianchi schiavisti. Sul fronte opposto Chiwetel Eijofor e Lupita Nyong’o offrono due delle performance più interessanti degli ultimi tempi, rendendo facile a McQueen indugiare per momenti interminabili sui loro sguardi umiliati.

Anche detto tutto questo, 12 Anni Schiavo non è un film che che soddisfa pienamente le aspettative di chi con ansia e speranza ha atteso il parto (per dare un’immagine sofferente del film se non si fosse capito) del film di McQueen. Alcune lungaggini di troppo, in scene che forse avrebbero meritato un più frettoloso svolgimento, pesano molto specie nella parte centrale del film, quando il regista è chiamato a dirigere i passaggi cruciali della trama e a condensare la miriade di incontri con i personaggi che popolano le piantagioni nel giro di un paio d’ore. Non solo: alcune imprecisioni nel montaggio, soprattutto negli stacchi, sembrano troppo fuori tempo per essere considerate volontarie, soprattutto per un regista che si rifiuta di muovere la cinepresa come il londinese.

La sceneggiatura di Ridley inoltre, il cui realismo pecca nel finale quando gli scambi tra il cattivo Fassbender e il buon Pitt vertono su temi retorici, sembra troppo riduttiva e ridotta per una storia di tale portata. Fortunatamente l’affanno con cui il regista si trascina ben oltre le due ore culmina in un finale meraviglioso, salvando una parte centrale come detto quasi perfetta tecnicamente ma impermeabile ad una facile fruizione per lo spettatore. In questo senso la mancanza d’intensità potrebbe portare ad un apprezzamento postumo, forse addirittura in seguito ad una seconda visione, una volta che le imperfezioni di cui il film è colmo vengono dimenticate a favore di dettagli indimenticabili: la verga spezzata sulla schiena di Solomon, un intenso commiato finale, un occhio martoriato.

– I.B.

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